CRITICA

Stefano Agosti – Una lunga complicità. Uno scritto su Andrea Zanzotto

Grazie alla straordinaria capacità critica di Agosti, l’opera poetica di Zanzotto è divenuta, sotto certi aspetti, più accessibile. Molti decenni di frequentazione personale con il poeta hanno sicuramente agevolato il critico in questo processo ermeneutico. La sua analisi dei testi, frutto di un’auscultazione profonda, tra linguistica e psicoanalisi, ci rivela infatti il senso di una realtà poetica tra le più complesse della contemporaneità. Un’opera ricchissima di rimandi simbolici e analogie sotterranee, di elementi fonici, e quindi anche di influssi teorici. Questo libro di Agosti è una mappa ricchissima per chiunque intenda investigare la poesia.

Zanzotto, con la sua raccolta La Beltà (1968) crea come uno spartiacque in letteratura. Una assoluta sovversione, facendo propria la nozione di arbitrarietà del segno linguistico introdotta da Ferdinand de Saussure. Ma poi andando oltre, con l’idea destabilizzante di Lacan – un ribaltamento assoluto, e in specie accogliendo la priorità del significante sul significato. Fino a concepire una realtà creata dal linguaggio. Un mondo che ruota intorno alla lingua, tanto da esserne determinato. Ma tale questione era stata posta fin da subito, già nella prima opera, Dietro il Paesaggio (1951). E poi in IX Ecloghe, dove il linguaggio “diviene l’unico attante della scena, cui sono subordinate tutte le altre funzioni rappresentative”.

Quindi, da La Beltà in poi, entrerà in gioco anche il soggetto, sempre e comunque alle prese col linguaggio. Poiché è quest’ultimo il fondamento dell’essere.

Da Una lunga complicità. Scritti su Andrea Zanzotto, di Stefano Agosti (Il Saggiatore 2015)

estratti da pp. 7-9

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Dalla specola di Pieve

Credo si possa istituire un parallelo quanto mai istruttivo fra la specola di Recanati, dalla quale Leopardi puntava la propria pupilla acuminata sul cielo, sul mondo e sulla lingua degli uomini, e quella di Pieve di Soligo, dove Andrea Zanzotto ha esercitato, lungo tutta la sua non breve esistenza, il proprio sguardo, anch’egli sul cielo della «puella pallidula» e su un mondo di «prati silenzio e viole», ma anche di lingue e di linguaggi, di cui introietta gli idiomi eterogenei, terrestri e iper-terrestri, porgendo ascolto a echi, silenzi e luci ultramondane: «onnipotente e pur lieve luce che in te ti celebri / e consumandoti vai celebrando le ombre-orme che generi».

Da quella che è stata, letteralmente, l’esplosione della Beltà (fine anni sessanta) nel panorama poetico e critico italiano, alla lunga serie di opere successive, Zanzotto, dalla specola di Pieve da cui, dal punto di vista creativo, non si è mai mosso (ricordo una sua affermazione circa la propria creatività circoscritta a quel luogo, e solo lì attiva), non ha cessato di sperimentare, dentro il linguaggio, la sua presenza nel mondo e di darne testimonianza secondo le più inaudite configurazioni verbali. Che già prima della Beltà si erano manifestate in opere di spiccata originalità: da Dietro il paesaggio, ove il Soggetto perseguiva una «sacralità» connaturata, appunto, al paesaggio, alle due opere successive, capitali per più di un verso: Vocativo, che già nel titolo, e poi nelle titolazioni interne al libro, include il programma di una «grammaticalità» che costituirà l’indice stesso della dimensione più autentica di sé (da «Caso vocativo»: «Io parlo in questa / lingua che passerà»; da «Prima persona»: «– Io – in tremiti continui, – io – disperso / e presente»), e, soprattutto, IX Ecloghe, ove tale grammaticalità sarà dichiarata a tutte lettere in enunciati di conturbante novità: il Soggetto scopre infatti e afferma la propria realtà di Soggetto nella pura sillabazione del pronome personale: «io sia colui che “io” / “io” dire, almeno, può, nel vuoto, / può, nell’immenso scotoma, / “io”, più che la pietra, la foglia, il cielo, “io”». Ma sarà proprio La Beltà il libro che inaugura e determina tutto il lavoro a venire di Zanzotto, per la centralità che vi assume il linguaggio e, in particolare, il significante. Sono gli anni della grande ondata delle scienze umane, che dalla Francia invade l’Europa con le opere di Lévi-Strauss per l’antropologia strutturale, di Blanchot, di Foucault e di Derrida per le aperture di nuovi, vertiginosi orizzonti del pensiero, ma soprattutto sono gli anni della diffusione planetaria del pur temporalmente pregresso Cours de linguistique générale di Saussure (pubblicato a Ginevra nel 1916, tre anni dopo la morte del grande linguista, per la cura degli allievi Bally e Sechehaye), il cui concetto centrale di arbitrarietà del segno linguistico intacca e sconvolge le assise del conoscere.

Tuttavia, tale arbitrarietà risultava pur sempre fondata sull’antica nozione metafisica di una priorità del concetto sulla parola che lo dice e, più esattamente, sulla priorità del significato rispetto al significante (il segno che lo manifesta e lo esprime). Ma è proprio lì, sulla nozione pur rivoluzionaria dell’arbitrarietà del segno linguistico avanzata da Saussure, è proprio lì che si innesta la seconda, decisiva rivoluzione che Zanzotto immediatamente assume e fa propria: vale a dire, la rivoluzione inaugurata da Lacan e fondata sul capovolgimento della gerarchia del segno saussuriano. Sarà infatti il significante e non più il significato, in Lacan, a detenere la posizione prioritaria, gerarchicamente superiore, con valenza addirittura egemonica.

Ed è appunto questo significante che, nella Beltà, presiede agli ordini del reale (significante che Zanzotto definirà più avanti, in Pasque, come «leader feroce del (mio) mondo»). Il mondo, col Soggetto che ne è testimone e depositario, ruota insomma intorno alla lingua e, precisamente, attorno al significante linguistico. Lì sta infatti la realtà, quella esterna e quella interna e relativa al Soggetto che la esperisce; il quale ne dà conto in una parabola espressiva che va dalle simulazioni del balbettio preoriginario e dell’afasia, da un lato, alla mimesi delle vociferazioni babeliche con contraltare di sillabazioni di tipo «paradisiaco», entro una sorta di ipermemoria d’ordine extramentale, dall’altro lato («E poi fare cenno alla matta, alla storia-storiella / e alla fafavola, femmine balbe, sorelle. / Se ne va, te ne vai; oh stagione. / Non sei la stagione. Non sapevo. // E ti chiudi nei tuoi grandi colori / e i colori nelle grandi ombre / e porti via te stessa / e me e non-me nell’alta involuzione / pregio di un silenzio»).

È il sovvertimento plenario degli statuti della letteratura, ma anche, a parte subjecti, la verifica in re delle multiformi possibilità di apertura dellalingua alle più audaci sperimentazioni, cui farà capo la produzione futura.Così, per summa capita, nel Galateo in Bosco, il significante risulteràproiettato nei correlativi oggettivi del detrito, del residuo, anche umano (le ceneri e gli ossami dei caduti), mentre, nel successivo Fosfeni, si ribalterà in un analogo correlativo di livello alto, sublimato nel cristallo di ghiaccio o di neve, o viceversa ridotto al minuscolo e tuttavia fondamentale grafema infantile o al puro monema deittivo (le prime asticelle dei bambini, ///, il dimostrativo «questo “questo”»).

Nelle concomitanti incursioni nel dialetto, il significante finisce per estendersi sull’intera superficie verbale, i cui elementi si presentano come altrettanti fossili, come secolari e immutate concrezioni entro l’incessante movimento della lingua. Alla quale tocca ora registrare l’impatto con quanto sta al di là di quel significante centrale che il Soggetto gestisce: e cioè con quel «fuori» assoluto che ancora Lacan designa come la «Cosa», e con cui il Soggetto è chiamato a misurarsi. Siamo in una fase nuova di quella pur inesausta sperimentazione cui Zanzotto è impegnato dal più profondo di sé, fase che comprende le ultime (le penultime) opere, da Meteo a Sovrimpressioni, ove il Soggetto, già nella posizione cartesiana di una gestione del mondo attraverso il significante da lui stesso gestito, si trova, adesso, piuttosto nella posizione pascaliana dell’ascolto di quel «fuori» su cui non ha e non esercita nessun potere.

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Stefano Agosti, Una lunga complicità. Scritti su Andrea Zanzotto (Il Saggiatore 2015)

Biografia da Enciclopedia Treccani online

Stefano Agosti, francesista e critico letterario italiano (Caprino Veronese 1930 – Negrar di Valpolicella 2019). Prof. di letteratura francese presso l’univ. di Venezia, ha curato edizioni di G. Flaubert, P. Valéry, Saint-John Perse, R. Char. Interessato alle dinamiche sottese alla creazione del testo, A. ha pubblicato numerosi volumi di saggi privilegiando un’esegesi psicanalitica, linguistico-strutturale e semiologica.

La biografia completa Qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/stefano-agosti/

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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