contributi,  SPAZIO PERSONALE

Fonte Avellana – Il silenzio paterno

di Paolo Pistoletti

in AAVV, Il tempo del padre atti dell’incontro a Fonte Avellana (giugno 2015), Fara Editore

[sintesi ripensata]

In occasione di questo incontro, ripensando il tema del padre, mi è venuto in mente come nella Bibbia vi siano indicate – tra le altre – due paternità, polari tra loro: la paternità di Dio padre (prima persona della Trinità) e la paternità di Giuseppe, padre di Gesù. Quest’ultima definita putativa, in quanto priva, secondo un’ottica ordinaria, del requisito minimo di paternità – quello biologico.

Nella mia ricerca, anch’io, come tanti – pur tenendo conto delle acutissime argomentazioni di biblisti e teologi riguardo alla continuità tra Antico e Nuovo Testamento – ho sempre sofferto la dimensione veterotestamentaria, eccessivamente chiusa nella legge. Nel limite angusto del precetto. Nell’AT la paternità viene determinata dalla norma. Dalla violazione nasce il peccato. La punizione sana la violazione, ossia ha una funzione correttiva. La colpa sorge dalla coscienza della violazione. Scontata la pena giunge la riconciliazione. In caso di ostinata reiterazione, si può arrivare anche all’annientamento del colpevole. Questo è, a grandi linee, anche il nostro modello di riferimento. È il fondamento dello ius – il principio della giustizia umana. Termini correlati a questa visione: Verità, Legge, Giustizia.

Però ad un certo punto – non riconosciuto dai più – giunge il Logos, che è figlio. E allora tutto, anche se sotto silenzio, si avvicina, fino a farsi regno interiore. Così anche la paternità si fa sempre più prossima (in potenza). La verità si fa conoscere sotto forma di libertà, e diluendosi prende il colore dell’amore. Il Logos trasforma occultamente la paternità veterotestamentaria, la ingloba in quella neotestamentaria. Il Logos incarnandosi ci fa ri-conoscere una maternità altra (Maria). Ma anche un’altra paternità – quella [putativa] di Giuseppe – Giuseppe padre putativo di Gesù, emblema del padre umano. Il significato del termine “putativo per i dizionari”: “agg. [dal lat. tardo putativus «presunto, apparente», der. Di putare «credere»]”. La paternità di Giuseppe è putativa, in comparazione alla paternità di Dio. È il confronto con il prototipo [con il divino] che suscita la consapevolezza del limite della paternità umana. Termini correlati a questa visione: Amore, Libertà, Conoscenza.

Mentre noi separiamo di netto il paterno (maschile) dal materno (femminile), invece per molte antropologie religiose antiche –, origine e unità coincidono. Una visione proveniente da un residuo collegamento rimasto ancora attivo, da prima che la storia fosse. Da un diverso status dell’essere, quando l’umano, secondo quanto ritenuto, era ancora un’unità androginica. Come un derivato, da fuori dal tempo. Un’eco della originaria unione [nella memoria atavica], quindi, resta in questa concezione del “femminino sacro”. Per es. nella relazione con la dea madre natura. E comunque presto – per molteplici motivi – già molto prima dei monoteismi (risalenti a circa 6.000 anni fa) avviene la grande eclissi del femminino. Già nella tradizione sumera, e poi fino al libro della Genesi biblica [… già nello stato edenico, Adamo ed Eva sono esseri separati] ci sono chiare indicazioni del comandato di sottomettere la natura, e quindi anche la donna, in quanto connessa con le forze magiche della natura. La rappresentazione simbolica della forza [magia] naturale è il serpente, presentato come “il nemico”. Per gradi la grande dea solare diviene “lunare”, riflesso della sua forza originale. Il potere matriarcale viene oscurato da quello patriarcale.

Un certo Cristianesimo istituzionale poi, diffondendosi, porta con sé questa visione oscurantista all’interno di tradizioni e culture nelle quali il culto del femminino, invece, era ancora significativamente percepito. Nel mondo celtico, per esempio, questo elemento primordiale resterà esotericamente velato all’interno della cultura cristiana. Così anche nel ciclo arturiano – la spada del potere [Excalibur] sarà il simbolo del sacro femminino nelle mani del re. Il potere di re Artù, infatti, persiste solo quando Ginevra è presente come forza solare femminile. La letteratura dell’eroe solare maschile, presente in varie tradizioni, quindi, è centrata sulla femminilità lunare, sempre nascosta. Nell’originaria unione androginica. Nel Vangelo apocrifo di Tommaso, si afferma che il regno di Dio sarà solo per coloro che sapranno riunire in sé il maschile e il femminile. Così come, restando all’ambito occidentale – nel matrimonio alchemico tra opposti, la Sophia ellenistica è donna; e ancora, la dynamis creativa delle Muse e il relativo principio sacro è femminile. E così ancora, nel medioevo cristiano, la corrente dell’amor cortese e la donna sublimata. È infatti Beatrice [l’essere spirituale e il sacro femminile per eccellenza] che conduce Dante verso le sfere celesti.

Questi elementi possono essere approfonditi nelle ricerche di alcuni antropologi, come L. Sudbury [dal quale ho ripreso alcuni passaggi]. Secondo questo studioso proprio le pulsioni più ataviche permetteranno, nonostante secoli di oscurantismo maschilista, una sopravvivenza del sacro femminino. Una sopravvivenza provvidenziale, quindi, in quanto solo una visione priva di misoginia dona una coscienza trascendentale vera. Una ricomposizione dell’unità.

Richiamo qui, solo in modo emblematico, la vita e l’opera di Massimo Scaligero, poiché egli, in modo esemplare, è colui che ha saputo [voluto, potuto] indicare questa dimensione profonda, mostrando anche la via e il metodo. Contemplando nell’in sé l’elemento del sacro femminino, consacrando la propria esistenza attraverso la concentrazione e la meditazione.

Il ritorno alla Madre che intercede per noi, il ritorno all’Iside Sophia. La madre sacra è il topos del silenzio, della mediazione tra immanente e trascende. È il luogo della cura, dell’attesa, dell’ascolto. Sull’esempio della madre di Gesù, che accoglieva tutti gli eventi serbandoli nel silenzio: “Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.”

Ma anche il silenzio di Giuseppe è un silenzio immenso, sospeso tra l’umano e il divino – è l’abisso che si apre avendo di fronte il figlio. Un mistero di profondità. L’amore umano compenetrato da quello divino. Una consacrazione piena, quella di Giuseppe, un servizio umile al totalmente altro. Una devozione profonda, quindi senza nessuna pretesa per sé, senza mai dire una parola. Lui coniugato di nuovo alla donna delle origini, all’eterno femminino. Così l’autentica paternità ritrova il sacro, mediante un atto interiore, assoluto. Nel rinnovamento dell’anima.

in AAVV, Il temo del padre – atti delle giornate a Fonte Avellana (giugno 2015), Fara Editore, pp. 315-320, a cura di Alessandro Ramberti

https://farapoesia.blogspot.com/2015/05/il-tempo-del-padre-fonte-avellana-26-28.html

Disegno a stampa – incisone – 1575 – Artisti: Giorgio Ghisi (1520–1582) Raffaello Sanzio  (1483–1520) – Madonna di Loreto, la Vergine solleva un velo sopra il Bambino, che giace su un letto e un cuscino, dietro sta Giuseppe con entrambe le mani sul bastone. Fonte fotografo https://www.metmuseum.org/art/collection/search/411244

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.