DIALOGHI

Jorge Luis Borges – conversazioni con Osvaldo Ferrari. Di tigri, labirinti, specchi

Una continuità misteriosa lega il procedere memoriale di Borges attraverso il suo mondo ricchissimo di citazioni, ricordi, riferimenti. Mentre tutt’intorno sembra regnare un universo caotico e irrazionale. Ma è un procedere come un “basso continuo”, mediante un tono ironico e svagato, ma anche lucido e vigile. Un pensiero vitale ricco di paradossi, riflesso di una realtà polimorfa e contradditoria, di elementi derivati da una cultura e un sentire vastissimi. Le sue intuizioni, così vive, governano ogni pagina. Tra i suoi temi ricorrenti ricordiamo: “la realtà straniante più della finzione”, “l’onirico”, “la predestinazione e il presentimento della morte”, “lo scrittore depositario della memoria universale”. E poi ancora: “l’ordine e il tempo ciclico” (il metafisico) e la trasmigrazione, il Sud “geografico e intimo”, l’Oriente e il buddismo. E quindi l’amore per classici letterari, i viaggi, la mitologia scandinava e l’epica anglosassone. In queste conversazioni, fuori dagli schemi, con un andamento piano, Borges delinea, quindi, un suo autoritratto particolarissimo e pieno di fascino.

Da

Jorge Luis Borges, conversazioni con Osvaldo Ferrari. A cura di Francesco Tentori Montalto (Bompiani, 2011)

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Presentazione

Gli sconfinati interessi culturali, letterari e filosofici, che spaziano dalla Vecchia Europa al Nuovo Mondo, passando per un Oriente esotico e seducente, e la loro elaborazione in un’opera tanto labirintica nei contenuti quanto fantasiosa nella forma: questo, in estrema sintesi, il profilo intellettuale e artistico di Jorge Luis Borges, indagato dalla prospettiva intima e privilegiata delle conversazioni con il giornalista e poeta Osvaldo Ferrari. Realizzati nel 1984 dalla radio municipale di Buenos Aires, questi incontri ci restituiscono il ritratto fedele di un’intelligenza lucida e arguta, spesso ironica ma anche capace di grande umiltà. Soprattutto, uno spirito paradossale e anticonformista che con inesauribile curiosità legge e rilegge i venerati maestri Shakespeare e Dante, frequenta gli amatissimi scrittori britannici (Shaw, Wilde, Wells…), riflette sulla lingua di Cervantes e sul pensiero di Schopenhauer, illustra il ricorrere della metafora degli specchi e dell’immagine della biblioteca infinita, afferma infine, platonicamente, “che siamo governati dalla mistica e dalla poesia ”. Con il tocco piacevolmente lieve del dialogo colto ma mai pedante, queste interviste rappresentano una preziosa testimonianza dell’eredità culturale di uno dei maggiori protagonisti del Novecento.

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Di tigri, labirinti, specchi e armi

estratti da pp. 39-44

FERRARI: È da qualche tempo, Borges, che vorrei soffermarmi su un’idea da lei espressa più volte.

BORGES: Io ho poche idee, e son solito esprimerle frequentemente.

FERRARI: Così si consolidano… Lei ha detto che ogni scrittore — in particolare ogni poeta – non può non avere un universo personale. Egli è, in certo modo, condizionato da tale universo personale, al quale dev’essere fedele.

BORGES: Non so se debba esserlo, ma di fatto lo è. Sarà magari povertà, ma insomma si vive, si scrive in un mondo abbastanza limitato, non le sembra? Certo, sarebbe meglio che le cose andassero altrimenti, ma vanno in questo modo.

FERRARI: Tra i suoi temi e oggetti, ricordo in specie tigri, armi bianche, specchi e labirinti.

BORGES: È vero, ammetto di essere monotono. E ora, dovrei spiegare il loro ricorrere? Intanto, questi temi io non li ho scelti, son stati essi a scegliere me.

FERRARI: Certamente.

BORGES: Ma credo che questo possa andar bene per qualsiasi tema. Credo sia un errore cercare un tema, un errore più da giornalista che da scrittore. Uno scrittore deve lasciare che siano i temi a cercarlo, al principio anzi deve respingerli; poi, rassegnato, potrà scriverli per passare ad altri.

FERRARI: Diverrebbero, così, fatalmente suoi.

BORGES: Sì, perché poi ritornano. Ora, stranamente, io so che se scrivo la parola “tigre” è, questa, una parola che ho scritta centinaia di volte; ma allo stesso tempo so che se scrivo “leopardo” sto barando, e il lettore si accorgerà che si tratta di una tigre appena mascherata, fatta a macchie anziché a strisce. A queste cose ci si rassegna.

FERRARI: Eppure nella poesia “La pantera” lei ha dato vita a qualcosa di veramente differente dalla tigre.

BORGES: Va bene, forse per lo spazio di quattordici versi, ma non di più eh! Credo però che si senta, che il lettore senta che si tratta di una variante della tigre.

FERRARI: Se permette, Borges, mi piacerebbe leggere la poesia “La pantera” affinché gli ascoltatori si rendano conto della differenza.

BORGES: Credo sia proprio la stessa cosa.

FERRARI:
Dietro le ferree sbarre la pantera
ripeterà il monotono cammino
che è, ma lei lo ignora, il suo destino
di nera gemma, infausta e prigioniera.

BORGES: Non è poi tanto male, vero? Continui.


FERRARI:
Sono mille che passano, son mille
che tornano ma è una sola, eterna,
fatale belva che nella caverna
traccia la retta che un eterno Achille
traccia nel sogno sognato dal greco…


BORGES: Certo, Achille e la tartaruga, gli eroi del paradosso eleatico.
Non sa che esistono prati e montagne
con cervi le cui palpitanti viscere
sazierebbero la sua brama cieca.

FERRARI: A questo punto, Borges, Silvina Ocampo avrebbe tutto il diritto di dire che anche lei indulge a volte a particolari crudeli.

BORGES: E avrebbe tutte le ragioni per dirlo. In realtà questa poesia – me ne accorgo solo ora – è come il rovescio di un’altra, naturalmente assai superiore, di Lugones, il sonetto Leone prigioniero. In esso il leone prigioniero pensa ai cervi che scendono al fiume; si parla poi dell’agitato trotto delle gazzelle. A me non sembra che ciò possa avvenire. Io immagino l’animale che vive il momento della prigionia, mentre Lugones presta al leone la coscienza d’essere prigioniero, il ricordo d’altre epoche, questo forse non personale ma ereditato. E l’agitato trotto delle gazzelle… Poi parla anche di decadenza o caduta di imperi. Insomma, il contrario di quanto ho voluto fare io. Nella mia poesia, l’animale è concepito mentre vive, semplicemente, quel momento, senza memoria né previsione di quanto avverrà. La mia pantera non fa altro che percorrere la gabbia in su e in giù: questo è il suo destino, la pantera non lo sa, il lettore sì.

FERRARI: È l’idea che le ha ispirata il gatto, che vive nell’eternità dell’istante.

BORGES: Sì, è la stessa idea: quella secondo la quale gli animali sono fuori del tempo, che è proprio solo degli uomini. Quest’idea fu esacerbata da William Butler Yeats in quella splendida poesia che finisce:

He knows death to the bone
Man has created death.

L’uomo conosce la morte fino al midollo, fino all’osso; l’uomo ha creato la morte. Cioè, l’uomo ha la coscienza della morte, il che vuol dire la coscienza del futuro e la memoria del passato.

FERRARI: “La pantera” si chiude con questi ultimi versi: Invano è vario l’orbe. La giornata che tutti compiono è stata fissata.

BORGES: Ah sì, lì questa idea viene estesa all’uomo. Alla fine si giunge all’idea della fatalità, che è poi l’idea dell’Islam e del calvinismo, l’idea che tutto sia prefissato. Non solo la vita lineare della pantera nella gabbia ma la nostra vita, compresa questa conversazione che stiamo conducendo. Tutto è stato fissato.

FERRARI: Speriamo sia così.

BORGES: Questo naturalmente non vuol dire che sia stato fissato da qualcuno. Perché c’è il rischio che si confondano le due idee: si può credere nella predestinazione senza supporre che essa sia conosciuta da qualcuno: qualcosa che avviene, piuttosto, per un giuoco fatale di effetti e di cause.

FERRARI: In tal caso questa conversazione sarebbe, come si diceva l’altra volta, cosmica cioè ordinata.

BORGES: Certo. E quel ch’è peggio credo sia fissata da una macchina…

FERRARI: Quanto ai labirinti, mi sembra che lei, Borges, sia stato da poco in quello che è forse il più conosciuto di tutti.

BORGES: Ah sì, quello di Creta. È strano, non si sa bene se quello di Cnosso fosse in origine un labirinto; credo di no, sembra fosse un palazzo e che poi si trasferisse ad esso l’idea dei labirinti che è in Erodoto. Erodoto parla dei labirinti dell’Egitto, credo; non so se parli di quello di Creta, mi sembra di no; questo dev’essere stato dopo… Ma non ne sono sicuro, è facile confondersi.

FERRARI: Mi ha anche mostrato, di ritorno da quel viaggio, alcune belle armi bianche: coltelli portati dalla Grecia, tra i quali uno con un manico di corno di capra molto singolare.

BORGES: Il fatto è che la gente, a causa della mia letteratura – uso la parola tra virgolette – mi associa alle armi bianche: mi regalano pugnali, cosa che mi piace molto. Sebbene non abbia mai imparato l’arte del coltello come la si pratica qui. Si sta fissi allo sguardo dell’avversario, non alla mano che impugna l’arma, e guardando gli occhi dell’altro s’indovinano le sue intenzioni. Poi, tocca alle mani. E così mi han regalato pugnali, in più luoghi.

FERRARI: Ma avrebbero dovuto regalarle spade. Perché mi sembra che nella sua opera si parli più di spade che di pugnali.

BORGES: È vero, ma le spade sono un po’ scomode… In viaggio poi è meglio il pugnale.

FERRARI:E gli specchi?

BORGES: Gli specchi corrispondono all’idea del doppio, all’ideadell’altro io. Si riallacciano a un concetto molto diverso,all’idea del tempo, che è l’idea dell’io che perdura mentretutto il resto cambia. Eppure c’è qualcosa, qualcosa dimisterioso, che è attore prima e poi spettatore, nellamemoria. L’idea dello specchio: c’è qualcosa di terribilenegli specchi. Nelle Avventure di Arthur Gordon Pym di Poesi giunge a una regione antartica, dove c’è gente che sivede nello specchio e viene meno. Si sono accorti che lospecchio è una cosa terribile. Certo, Poe deve aver sentito aquesto modo, perché c’è un suo articolo in cui parla dicome si debba arredare una stanza, e dice che gli specchidebbono essere collocati in modo che chi sta seduto non si veda riflesso. Questo vuol dire che anche lui ha sentito l’orrore dello specchio, altrimenti non si spiegherebbe quella precauzione. Deve averlo sentito, perché lo si trova, quell’orrore, in due testi suoi. Anzi, è strano che non vi sia tornato ancora su. Ma bastano quelle due allusioni inequivocabili allo specchio come a qualcosa di terribile.

FERRARI: È quello che si diceva prima parlando dei sogni: di fronte allo specchio si prova un senso inquietante di sdoppiamento.

BORGES: Sì, è questo che accade. E senza dubbio la frase “alter ego”, l’altro io, che si attribuisce a Pitagora, esprimeun’idea che dev’esser nata dal riflesso. Anche se poi la si è attribuita all’amicizia: a torto, credo, perché un amico non è un altro io. Se lo fosse, sarebbe una cosa assai monotona; un amico deve essere una persona con caratteristiche proprie.

FERRARI: Naturalmente.

BORGES: Eppure si dice che un amico è un altro io. Ma non è così.

FERRARI:È quello che ora la filosofia chiama “relazione di alterità”, e con ciò s’intende l’approssimazione all’altro, differenziato da ciò che siamo.

BORGES: L’accento insomma deve cadere sull’“ego”, non sull’“alter”.

FERRARI: Oltre alle tigri, armi bianche, specchi e labirinti, quale altro elemento del suo universo personale ricorda, che si presenti come costante?

BORGES: Nei sogni?

FERRARI: O nella veglia.

BORGES: Be’, direi il tema della morte. Vede, ora sento una certa impazienza, mi sembra di dover morire, di dover morire presto. D’esser già vissuto troppo. E poi ho una grande curiosità. Credo, ma non ne sono sicuro, che la morte debba avere un certo sapore; dev’essere una cosa speciale che uno non ha mai sentita. Ne è la prova… io ho assistito a molte agonie, e le persone sapevano che stavano per morire. Da poco mi hanno detto, mi ha detto Alberto Girri di esser stato con Mujica Làinez un mese prima che morisse, e Mujica Làinez gli disse che stava per morire, che non sentiva timore ma ne aveva la certezza. Ora, questa certezza non poteva essere basata su ragioni ma su quel sapore speciale della morte che non si conosceva prima e a un tratto si sente. E che non può essere comunicato, naturalmente, perché si può comunicare solo ciò che è condiviso dall’altro. Le parole presuppongono esperienze condivise, e nel caso della morte questo non è possibile.

FERRARI: Tuttavia, l’aspetto che lei ha di ritorno da questo viaggio, l’aria che ha, smentiscono l’avvicinamento di cui ha parlato.

BORGES: Comunque, ci si avvicina lo stesso, e poi io non parlo di un avvicinarsi immediato, parlo di una certa impazienza. Ma forse quando giungerà il momento mi mostrerò vile. È vero però che in tutte le agonie cui ho assistito – a ottantaquattro anni se ne son viste diverse – chi stava morendo provava una grande impazienza, desiderava morire una buona volta.

FERRARI: È un fatto però che lei riporta dai suoi viaggi un aspetto rinnovato. Questo potrebbe indicare che, più che desiderio di morire, lei prova desiderio di viaggiare…

BORGES: Be’… ma la morte d’altronde non è un viaggio, un viaggio naturalmente più lungo d’ogni altro, anche dei sette viaggi di Sinbad?

Jorge Luis Borges, conversazioni con Osvaldo Ferrari. A cura di Francesco Tentori Montalto (Bompiani, 2011)

Jorge Luis Borges, scrittore e poeta argentino (Buenos Aires 1899 – Ginevra 1986). Compiuti i primi studî in patria, visse (1914-18) a Ginevra e (1919-21) in Spagna, dove promosse insieme ad altri giovani poeti e scrittori il movimento d’avanguardia dell’ultraísmo. Tornato in Argentina nel 1921, fondò le riviste letterarie Prisma e Proa e, poi conducendo una esistenza estremamente appartata (nonostante la notorietà presto raggiunta in patria), svolse un’intensa attività critica ed erudita, che si riflette nella progressiva elaborazione del suo stile letterario così originale e ricco di riferimenti culturali. Nel 1938 a causa di un incidente fu affetto da una grave malattia agli occhi, che doveva in breve condurlo a una quasi completa cecità. Destituito nel 1946 dal suo ufficio di assistente bibliotecario (da lui ricoperto dal 1937) per aver firmato un manifesto critico contro Perón, alla caduta di questo nel 1955 fu nominato conservatore della Biblioteca centrale di Buenos Aires, incarico da cui si dimise, dopo il ritorno di Perón, nel 1974. A partire dal riconoscimento del premio Formentor (1961) conseguì una sempre più vasta notorietà internazionale. La sua ricchissima cultura letteraria e filosofica, unitamente al dominio di uno stile rigoroso e preciso e nel contempo arcanamente evocativo, caratterizzano la sua produzione nella quale affronta diversi generi letterari.

da Enciclopedia Treccani online

La biografia completa Qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/jorge-luis-borges/

Osvaldo Ferrari, nato a Buenos Aires nel 1948, è poeta, saggista e professore universitario. Pubblica nel 1974 Poemas de vida e, nel 1981, Poemas autobiograficos. Per molti anni è stato voce della Radio Municipal di Buenos Aires, e qui nel 1984 cominciarono i suoi dialoghi con Jorge Luis Borges, raccolti in seguito in quattro volumi, e tradotti in italiano, francese, tedesco e portoghese.

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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