PENSIERO

Giorgio Agamben – Il linguaggio e la morte. Ancora un pensiero

Ripensare, al contempo, “Il linguaggio” e “la morte” – il nesso [il Verbo?] che le unisce, qui, accennato da Agamben. Il lampo nel pensiero e la dimora propria dell’uomo. La “negatività” dove passa la “voce”. E quindi l’essere altro, – oltre. Per questo tema di meditazione riporto qui un breve estratto dall’incipit del libro di Agamben.

Da Il linguaggio e la morte. Un seminario sul luogo della negatività (Einaudi 1982) pp. 3-5

Introduzione

In un passo della terza conferenza sull’Essenza del linguaggio, Heidegger scrive: “I mortali sono coloro, che possono fare esperienza della morte come morte. L’animale non lo può. Ma l’animale non può nemmeno parlare. […] «La relazione essenziale fra morte e linguaggio appare come in un lampo, ma è ancora impensata». Nelle pagine seguenti noiinterroghiamo tematicamente questa relazione. Così facendo,siamo guidati dalla convinzione di avvicinarci a un limiteessenziale del pensiero di Heidegger, forse proprio a quel limite a proposito del quale egli diceva ai suoi allievi, in un seminario dell’estate 1968 a Le Thor: «Voi potete vederlo, io non posso».

[…] Nella tradizione della filosofia occidentale, infatti, l’uomo appare come il mortale e, insieme, come il parlante. Egli è l’animale che ha la «facoltà» del linguaggio (ζωον λόγον εχων) e l’animale che ha la «facoltà» della morte (Fähigkeit des Todes, nelle parole di Hegel). Altrettanto essenziale è questo nesso nell’esperienza cristiana: gli uomini, i viventi, sono «incessantemente tramandati nella morte attraverso Cristo» (άεί γάρ ήμεις οί ζώντες εις θάνατον παραδιδόμεθα διά Ίησοϋν; II Cor. 4.11), cioè attraverso il Verbo, ed è questa fede che li muove alla parola (καί ημείς ταστεύομεν, διό καί λαλοΰμεν; 413) e li costituisce come «gli economi dei misteri di Dio» (οικονόμους μιστηρίων θεοϋ; I Cor. 4.1).

La facoltà del linguaggio e la facoltà della morte: il nesso fra queste due «facoltà», sempre presupposte nell’uomo e, tuttavia, mai messe radicalmente in questione, può veramente restare impensato? E se l’uomo non fosse né il parlante né il mortale, senza per questo cessare di morire e di parlare? E qual è il nesso fra queste sue determinazioni essenziali? Sotto le due diverse formulazioni, non dicono esse forse lo stesso? E se questo nesso non avesse, in effetti, luogo?

Il seminario, che svolge queste interrogazioni, si presenta come un seminario sul luogo della negatività. Nel corso della ricerca è apparso, infatti, che il nesso fra linguaggio e morte non poteva essere illuminato, senza venire in chiaro, insieme, del problema del negativo. Tanto la «facoltà» del linguaggio che la «facoltà» della morte, in quanto aprono all’uomo la sua dimora più propria, aprono e svelano questa dimora come sempre già traversata dalla negatività e in essa fondata. In quanto è il parlante e il mortale, l’uomo è, nelle parole di Hegel, l’essere negativo che «è ciò che non è e non è ciò che è» o, secondo le parole di Heidegger, il «luogotenente (Platzhalter) del nulla».

La domanda, da cui muove la ricerca, deve allora necessariamente assumere la forma di una domanda che interroga il luogo e la struttura della negatività. La risposta a questa domanda conduce il seminario — attraverso la definizione della sfera di significato della parola essere e degli indicatori dell’enunciazione che ne costituiscono parte integrante — a una rivendicazione del problema della Voce e della sua «grammatica» come problema metafisico fondamentale e, insieme, come struttura originaria della negatività.

Giorgio Agamben, Il linguaggio e la morte. Un seminario sul luogo della negatività (Einaudi 1982) pp. 3-5

Giorgio Agamben (Roma, 22 aprile 1942) è un filosofo italiano. Ha scritto diverse opere che spaziano dall’ estetica alla filosofia politica, dalla linguistica alla storia dei concetti, proponendo interpretazioni originali di categorie come forme di vita, homo sacer, stato di eccezione e biopolitica. La sua opera è studiata in tutto il mondo.

La biografia completa Qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/giorgio-agamben/

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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