PENSIERO

Martin Heidegger su Georg Trakl – la parola dell’origine

La parola nella poesia

Una puntualizzazione del dettato d’origine di Georg Trakl

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Martin Heidegger, qui, parla del “punto ortivo”. Parla di “attenzione” e “pensiero” –  di cammino del pensiero. Il punto ortivo qui è percepito come forza originaria, germe che determina poi ogni espressione. Ma il filosofo sa che questa epoca è sensibile solo alle forme, le cerca, inconsapevole della vita che si cela nelle essenze.

[pp. 283-285]

«Puntualizzare», qui, significa innanzitutto: indicare al fine di per-venire al punto, al punto ortivo. E quindi vuol dire: prestare attenzione al punto.

Entrambi, l’indicare al fine di pervenire al punto ortivo e il prestarvi attenzione, costituiscono i passi preparatorı di una puntualizzazione. Tuttavia avremo già osato abbastanza se, in quel che segue, ci accontenteremo di tali passi preparatorı. La puntualizzazione, come si addice a un cammino del pensiero, trova il suo esito in un problema e quindi in una domanda. In quest’ultima viene interrogata la temperie locale del punto ortivo.

La puntualizzazione, qui tentata, parla di Georg Trakl solo nella seguente modalità: essa pondera il punto ortivo del suo dettato d’origine. Agli occhi di un’epoca storiograficamente, biograficamente, psicanaliticamente, sociologicamente interessata alla nuda espressione, una tale maniera di procedere appare come manifestamente unilaterale, se non addirittura come una via aberrante. La puntualizzazione pondera il punto ortivo.

La dizione «punto» non indica qui l’unità minima dello spazio geometrico o cronometrico; essa rinvia piuttosto al tedesco Ort, quando quest’ultimo sia però preso nel significato originario di «punta della lancia». In esso <come sito puntivo, luogo di punta>, tutto concorre e converge. Il punto raccoglie presso di sé allogando fin nel supremo e nell’estremo. Ciò che è in tal modo raccogliente pervade tutto stanziandovisi intimamente. <Nel «punto» così inteso requia la raccolta insorgenza, l’ortus, di ogni cosa; ecco perché lo determiniamo come «ortivo»>. Il punto ortivo, l’elemento raccogliente, ottiene per sé e accoglie in sé; quindi, custodisce ciò che ha ottenuto e accolto.

Lungi dall’operare alla maniera di una capsula che tutto rinchiuda ermeticamente in sé, il punto ortivo riempie di luce e pervade di splendore ciò che ha raccolto: unicamente in tal modo, lo ri-lascia nel e al suo pieno stanziarsi. Si tratta ora di puntualizzare quel punto che raccoglie il dire poetante <ossia: dettante in senso stretto> di Georg Trakl allogandolo entro i confini del suo dettato d’origine, vale a dire: si tratta di puntualizzare il punto ortivo del suo dettato d’origine.

Ogni grande poeta – ossia: ogni grande dettatore in senso stretto – detta unicamente muovendo da un unico dettato d’origine. La grandezza si misura da questo: da quanto egli venga affidato e addetto a quest’unicum in modo tale da poter mantenere il proprio dire dettante-poetante puramente addentrato nel fulcro del suddetto unicum.

Il dettato d’origine di un poeta si disdice alla parola. Nessuno dei singoli dettati dice tutto; ma non dice tutto neppure la loro integrale raccolta. Ciononostante ogni dettato parla muovendo dall’intero dell’uno e inesausto dettato d’origine, e ogni volta dice unicamente tale uno e inesausto. Dal punto ortivo del dettato d’origine sorge l’onda che, sempre di nuovo, incammina il dire in quanto <dire> (dettante-)poetante. Quest’onda tuttavia non abbandona mai il punto ortivo del dettato d’origine; al contrario, il suo fluente sorgere lascia che ogni incamminamento dell’in-dizione rifluisca verso l’origine sempre più celata.

Il punto ortivo del dettato d’origine, in quanto è la fluida sorgente dell’onda che incammina, reconde il celato stanziarsi di ciò che all’adduttivo modo di pensare metafisico-estetico può, in prima battuta, apparire come ritmo.

Martin Heidegger, da La parola nella poesia, saggio su Georg Trakl, Il canto dell’esule (Christian Marinotti Edizioni 2003) pp. 283-285a cura di Gino Zaccaria con Ivo De Gennaro.

Traduzione di Gino Zaccaria – titolo originale: Die Sprache im Gedicht 1953

una poesia da Il canto dell’esule di Georg Trakl qui:

 https://ilcipressobianco.it/georg-trakl-una-poesia-da-il-canto-dellesule/

Martin Heidegger (Messkirch, Baden, 26 settembre 1889 – ivi 26 maggio 1976). Dopo le analisi fenomenologico-esistenziali di Sein und zeit e della prima fase del suo pensiero, H. è andato sempre più evolvendo verso una prospettiva ontologico-linguistica che si distingue dall’esistenzialismo respingendone i tratti umanistici e antropocentrici (è la cosiddetta “svolta” del Brief über den Humanismus del 1946) e prestando particolare attenzione all’arte e al linguaggio come “accadere” della verità e “dimora dell’essere”.

Questo nel quadro di una valutazione complessiva della storia della civiltà occidentale per molti aspetti vicina a quella di Nietzsche (a cui H. ha dedicato una serie di lezioni che sono tra gli scritti più importanti di questa fase del suo pensiero); ma da Nietzsche egli si differenzia perché nel suo tentativo di superare il nichilismo e fondare nuovi valori scorge ancora una manifestazione di quella volontà di potenza che è stata alla base dell’intera scienza e tecnica moderna e che ha le sue radici più profonde nella metafisica come oblio dell’essere o meglio della “differenza ontologica” tra l’essere e gli enti. A partire da Platone infatti il pensiero occidentale ha identificato la verità con il giudizio e ha ridotto il nulla a semplice negazione, operazione logica. In tal modo non ha più potuto cogliere il legame originario tra l’essere e il nulla né, di conseguenza, distinguere tra l’essere e gli enti, e ha cercato la verità unicamente nell’intelligibilità degli enti dati nella loro “presenza”. Il pensiero si è così ridotto a “rappresentazione” e riproduzione degli enti (di cui appunto la tecnica è l’esito più coerente e non uno strumento neutrale), invece di assolvere alla funzione di ascolto della verità dell’essere quale “accade” storicamente nel linguaggio in un processo ermeneutico sempre aperto, sempre “per via” e al tempo stesso profondamente radicato in quel che dalla metafisica è stato dimenticato o è rimasto non detto.

Biografia – Enciclopedia Italiana Treccani:

https://www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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