PENSIERO

Massimo Cacciari – “L’angelo necessario”. La pedagogia dell’invisibile

Il saggio di Cacciari, L’Angelo necessario (Adelphi), è il risultato di un pensiero [filosofico-teologico] straordinariamente concentrato e, quindi, inaspettatamente vivo.  La ricerca sul tema, protratta per molti anni, ha sortito esiti sorprendenti, inglobando, in un quadro estremamente complesso, vari aspetti quali: l’identità dell’angelo, la sua nostalgia condivisa con l’uomo, la sua inappartenenza spaziotemporale, il suo muovere dall’infuori degli eventi, il suo tentativo metafisico di orientare l’umanità alla pedagogia dell’attesa. Nella simultaneità storica e metafisica dell’essere, nell’antinomicità insieme alla polifonia della creazione, l’angelo è guardiano del non-dove, esegeta dei suoi infiniti nomi. Lui risponde al suo Principio, spinto dall’ossessione del messaggio perenne. Ma sullo sfondo domina l’immane questione della beatitudine-dannazione dell’angelo – l’archetipo della caduta. L’angelo è da sempre sospinto dall’invocazione dell’uomo, operando da ogni angolo della Creazione. Il suo essere è nell’eschaton. Vive sospeso tra il dramma cosmico e il suo conoscere metafisico-intuitivo. Essendo l’intermediario tra l’immaginare umano e la Visione invisibile, propria del sovra-mondo. Poiché lui è sonorità unificante, col non ancora conosciuto. “Ma quanto di tale musicale visione resiste effettivamente in Rilke?” – si chiederà ad un certo punto Cacciari – [e ancora]: quanto, poi, in Paul Klee, nel suo Agelus Novus?

SINOSSI

Per secoli, il pensiero ha tentato di convincersi che gli Angeli fossero entità superflue, superstiziose anticaglie. Ma la dimensione dell’Angelo continua a riaprirsi, ci accompagna, si trasforma, ma non ci abbandona. Questo libro, pubblicato nel 1986, e che ora riappare interamente riveduto e ampliato, è dedicato all’Angelo che finisce per rivelarsi «necessario», come dice il titolo, riprendendo una mirabile lirica di Wallace Stevens. Ma necessario a che cosa? L’Angelo educa, conduce a una conoscenza diversa da quella che si sviluppa in rapporto al visibile. «L’Angelo testimonia il mistero in quanto mistero, trasmette l’invisibile in quanto invisibile, non lo ‘tradisce’ per i sensi». In questo, si oppone radicalmente al daimon, che è al servizio di una fatalità cosmica e impone ogni volta il vincolo della cosa e alla cosa. L’Angelo è l’ermeneuta del movimento opposto: quello che guida fuori dalla lettera, quello che va, non già dall’idea alla cosa, dal segno al rappresentato, ma dalla cosa all’invisibile.
Cacciari elabora questa sua lettura filosofico-teologica dell’Angelo attraversando i testi e le immagini, a partire dall’antichità giudaico-cristiana o pagana o iranica sino a Klee o a Rilke o alla riflessione di Henry Corbin. E appare evidente come questa sua ricerca si connetta anche ai suoi lavori precedenti, e in particolare a Icone della Legge. Qui, sempre con riferimento a Benjamin e a Rosenzweig, torna a porsi il problema della rappresentazione e l’Angelo aiuta a configurarlo come un vero dramma gnoseologico che si svolge sulla soglia di quello che Corbin ha definito il mundus imaginalis. E intanto l’attenzione si fissa sulla fisiognomica degli «ultimi, grandi incontri» con l’Angelo. Ora gli Angeli diventano simili a «dèi dell’istante», «lampeggiano e scompaiono». Ormai sottratti a ogni stabile gerarchia, sedotti e quasi irretiti dall’umano, questi ultimi Angeli serbano in sé un riso, una disperazione e una paradossale libertà che ci sono più che mai essenziali. Grazie a loro, come scrisse Rilke, «raccogliamo disperatamente il miele del visibile, per custodirlo nel grande alveare d’oro dell’invisibile».

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Da L’angelo necessario, di Massimo Cacciari (Adelphi edizioni 2008)

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esergo del libro

L’ANGELO NECESSARIO


Io sono l’Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.


Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d’aureola mi riscalda.


Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l’essere e il conoscere.


Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi è la stessa cosa.


Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo


la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto


monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare
in sillabe d’acqua; come un significato


che si cerchi per ripetizioni, approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,


intravista un istante, un’invenzione della mente,
un’apparizione tanto lieve all’apparenza


che basta ch’io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso?

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W. STEVENS, da Angel surrounded by paysans

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DAI GIORNI DI TOBIA

pp. 13-17

Ou-topica è la dimensione dell’Angelo. Il suo luogo è il Paese-del-non-dove, quarta dimensio oltre la sfera che delimita gli assi del cosmo visibile, mundus imaginalis. La strada che vi conduce nessuno saprebbe indicare. L’Angelo soltanto, custode del Verbo divino, archetipo dell’adverbum, intermediario necessario a tutti i profeti fino a Maometto, può compiere lunghi viaggi da quel Non-dove invisibile, dal suo Caelum Caeli, Domus e Civitas del Signore inalterabile ed eterna (Agostino, Confessioni, XII, 11) verso il tempio interiore dell’uomo, penetrarne le tenebre, aiutarlo a ritrovare il proprio Oriente. Gli Angeli – insegna la Kabbalah – salgono e scendono nell’ampio spazio del Regno, tanto da domandarsi se il loro Signore stia ‘sopra’ oppure ‘sotto’. La nostalgia per il Punto supremo che ne determina, incontenibile, il movimento, è la stessa presenza (l’unica presenza concepibile) di quel Punto nelle regioni del Regno. Esso si dà, offre sé, nella luce intellettuale, nella mattutina conoscenza che ha nel Cherubino il suo archetipo, nella più alta potenza d’amore del Serafino, nello spiritus roteante degli Ofanim: indivisibili aspetti dell’unico atto incessantemente creatore di Dio, dell’«avvento che non cessa» (Boehme).

Così Sohravardī, in uno dei suoi grandi racconti mistici, magistralmente commentati da Henry Corbin (Le bruissement des ailes de Gabriel, in Sohravardī, L’Archange empourpré. Quinze traités et récits mystiques, a cura di H. Corbin, Paris, 1976, pp. 223-264), vede nel Gabriele dator formarum, Angelo della conoscenza («Nunc scio vere, quia misit dominus angelum suum. Quando Dio invia il suo angelo all’anima, essa inizia veramente a conoscere», Eckhart, Nunc scio vere, in Opere tedesche, cit., p. 140), l’ermeneuta del silenzio dei mondi superiori, che trascorre senza riposo tra visibile e invisibile, testimone e icona dell’invisibile. Del Silenzio, infatti, «Dio si nutre» (Oracoli caldaici, fr. 16 dell’ediz. Des Places), che solo il fiore dell’intelletto (ibid., fr. 1) può cogliere. All’unione col Silenzio dell’Uno in sé, Apex Mentis, si giunge gettando via ogni cosa, eccitando la più alta delle facoltà dell’anima «al di là degli enti tutti […] nella profonda pace di ogni potenza» (Proclo, In Platonis theologiam, I, 3). Così anche l’angelo di Sohravardī volge l’anima verso quell’Apex facendola muovere in sintonia col suo Sole intelligibile. Egli appare essenzialmente come Angelus interpres, secondo quella dimensione profetica e, poi, apocalittica indissolubilmente associata alla sua figura. Le forme della comunicazione angelica si distinguono per principio da quelle del vedere e apprendere sensibili.

L’Angelo testimonia il mistero in quanto mistero, trasmette l’invisibile in quanto invisibile, non lo ‘tradisce’ per i sensi. Egli figura la viva presenza del mistero – ma allo sguardo della pura theoria. La theoria non corrisponde alle realtà spirituali come il vedere-conoscere agli oggetti sensibili, che sono altri rispetto al nostro essere. Davanti alla Verità l’uomo non si trova come davanti al mondo; nel mondo egli «vede il sole pur non essendo sole, vede il cielo, la terra e ogni altra cosa pur non essendo nulla di tutto questo» (Vangelo di Filippo, in I Vangeli gnostici, a cura di L. Moraldi, Milano, 1984, pp. 56-57); vedere qualcosa di quel Paese-del-non-dove significa, invece, trasfigurarsi in esso. Ispirazione neoplatonica profonda di tutta l’angelologia mistica: somma theoria come henosis, scomparsa della distinzione di soggetto e oggetto. Mentre la conoscenza «è distinta dal suo oggetto per alterità» (Giamblico, De mysteriis Aegyptiorum, I, 8, a cura di A.R. Sodano, Milano, 1984, p. 64), l’Angelo e-duca ad una visione nella cui forma soggetto e oggetto giungono ad essere una «monade».

La figura dell’Angelo è segno che «noi siamo piuttosto circondati dalla divina presenza e da essa deriviamo la pienezza del nostro essere» (loc. cit.). Lo sviluppo, l’interrogazione di questa fondamentale ‘krisis’ tra conoscere e theorein sembra costituire il proprio, la cosa stessa dell’angelologia: il suo ‘annuncio’ non riguarda un farsi-visibile dell’invisibile, un tradursi-tradirsi dell’invisibile nel e per il visibilmente percepibile, bensì la possibilità per l’uomo di corrispondere all’invisibile in quanto tale, a quell’Invisibile di cui l’Angelo è custode proprio nel momento stesso in cui, nelle sue forme, lo comunica. La paradossalità di questo rapporto assilla e domina l’angelologia. Ed è sulla sua traccia che questo libro si muove.

Massimo Cacciari, L’angelo necessario, (Adelphi edizioni, 2008)

Massimo Cacciari, filosofo e uomo politico italiano (n. Venezia 1944); professore emerito di estetica presso l’univ. di Venezia, deputato del PCI (1976-83), fu sindaco di Venezia dal 1993 al 2000, nell’ambito di uno schieramento di centrosinistra, e venne rieletto poi nel 2005, permanendo in carica fino al 2010. Da posizioni teoriche marxiste è approdato a una personale riflessione sulla crisi del pensiero dialettico della tradizione hegeliano-marxista, studiando autori (F.W. Nietzsche, L. Wittgenstein, M. Heidegger, F. Kafka) e culture (in particolare quella viennese e mitteleuropea tra Ottocento e Novecento) che ha ritenuto caratteristici di quella crisi, indagandone poi le ragioni profonde nella tradizione metafisica e teologico-religiosa occidentale.

Da Enciclopedia Treccani online

La biografia completa Qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/massimo-cacciari/

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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