CRITICA

Geno Pampaloni su Alfonso Gatto – una poesia tra innocenza e cosmica angoscia

Geno Pampaloni è stato un abilissimo critico e, al contempo, anche uno scrittore particolarmente acuto e versatile, soprattutto nelle proprie recensioni. Ogni suo contributo, infatti, partendo dallo specifico dell’opera tende sempre ad ampliarsi, con efficacia, includendo poi ogni possibile circostanza, ispirazione, interazione, ideale connesso con l’autore. Pampaloni, anche se di formazione laica, dimostrò sempre una singolare sensibilità verso l’elemento “religioso” presente nei testi. La sua conoscenza profonda della storia delle idee, unitamente alla sua vivacità analitica e psicologica, determinarono la sua proverbiale “capacità ritrattistica”. La connotazione fortemente ideale, di matrice politica e civile, fu sempre presente nella sua vita come in ogni sua pagina. Il seguente scritto su Alfonso Gatto delinea un ritratto suggestivo e ricco di spunti ma, allo stesso tempo, anche inafferrabile e sfumato. Così la figura del poeta resta alquanto rarefatta e sospesa, sostenuta solo da un pensiero teso a un’ulteriore possibilità di comprensione, di là a venire.

Da

Poesia italiana del Novecento. A cura di Piero Gelli e Gina Lagorio (Garzanti 1980), Volume secondo. Alfonso Gatto (a cura Geno Pampaloni)

pp. 580-581

ALFONSO GATTO

Fiorita nella stagione dell’« ermetismo » (ricordiamo che nel ’38, insieme con Vasco Pratolini, Gatto diresse a Firenze « Campo di Marte », che dell’ermetismo segnò il momento più consapevole e polemico) la poesia di Alfonso Gatto ne è rimasta l’espressione coerente e fedele; in virtù, soprattutto, di uno splendido estremismo vòlto a cogliere nella parola poetica il supremo rischio spirituale ed esistenziale (« il poeta mette sempre in giuoco nella sua poesia il tentativo di essere tutto quello che non ha »). In questa sua intransigente purezza di canto il poeta era sorretto dalla complessità e dal vigore di una cultura ancora non del tutto esplorata dalla critica nel suo valore di motivazione. Dietro l’incanto melodico della « canzonetta», del « surrealismo d’idillio » (secondo la bella formula di Giansiro Ferrata), sta infatti una tumultuosa ricchezza di riflessione critica, un moralismo fiammeggiante e anche una forte vena utopistica, campanelliana (secondo l’ascendenza calabrese paterna, rivendicata dal poeta a contrappeso

con la più scoperta ascendenza napoletana materna), come si può rilevare dalle prose, di non comune densità, di Carlomagno nella grotta, e anche dal suo lavoro di critico d’arte (Rosai, Carrà).

Il periodo milanese, le serate passate con E. Persico al Caffè Craia, i progetti di civiltà incessantemente sognati, in periodo di dittatura, da quei giovani artisti, architetti, poeti « costruttori di utopia », costituirà per Gatto un sottofondo essenziale, un momento rivelatore e creativo. Nella sua poesia urgono dunque due forze contrastanti: da un lato il dono musicale, la tenera lusinga di irretire, nel canto, l’ineffabile dolcissimo della vita; dall’altro la coscienza che alla poesia moderna (dopo che con D’Annunzio è finito il periodo in cui la parola dei poeti è « parola convenuta » e con Pascoli si è aperta, in positivo, la crisi di credibilità di quella parola) spetta il compito di ricostituire, rifondare l’essere-universo. L’angoscia cosmica di Pascoli e l’innocenza di Rimbaud furono i poli entro cui si mosse la poesia di Gatto (con gli apporti della tradizione melodica di Di Giacomo e del moralismo di Cardarelli).

Se questa ispirazione progettuale e metafisica, una delle più ambiziose del secolo, sia stata esaudita, è difficile dire. Sembra peraltro certa l’ingiustizia di ridurre la sua voce, come talora si è fatto, a un colorito surrealismo minore, a un felice vagabondaggio tra lampeggiamenti e fremiti di immagini. Chi rilegga i suoi versi, di paesaggio, d’amore, di affetti familiari, di passione civile, di carnale e intellettuale meraviglia di fronte al creato, ritrova in essi una potente vena conflittuale che, dal luttuoso e solare accento di commozione dell’età giovanile, cresce su se stessa in una continua accensione di sensualità e metafisica.

Geno Pampaloni

Poesia italiana del Novecento. A cura di Piero Gelli e Gina Lagorio (Garzanti 1980), Volume secondo. Alfonso Gatto (a cura Geno Pampaloni): pp. 580-581

Geno Pampaloni, critico letterario italiano (Roma 1918 – Firenze 2001); si occupò quasi esclusivamente di letteratura italiana contemporanea in riviste (fra le quali Comunità) e in giornali (dal Corriere della sera al Giornale nuovo). Direttore editoriale della Vallecchi e della De Agostini, curò diverse rubriche culturali della Radiotelevisione. Molti saggi e capitoli della sua copiosa produzione fanno parte di opere collettive, come la Storia della letteratura italiana dell’editore Garzanti. […] Innumerevoli i contributi disseminati in anni di militanza critica su quotidiani e riviste o sotto forma di introduzioni e prefazioni, che non vennero mai riuniti in volume, a eccezione di una scelta limitata […].

dal Enciclopedia Treccani online

La biografia completa Qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/geno-pampaloni/

articoli collegati: https://ilcipressobianco.it/alfonso-gatto-una-poesia-da-isola/

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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