POETICA

Yves Bonnefoy – La poetica della finitudine. In “Luoghi e destini dell’immagine”

Nella prosa critica di Bonnefoy, incontriamo anche la sua poetica dell’autenticità. La sua, infatti, è una scrittura che nasce da un’esperienza consapevole, sempre prossima alla finitudine, all’imperfezione, alla sconfitta. La poesia, allora, secondo quest’ottica, è essenzialmente ricerca di verità, sempre connessa al senso del vivere. Per questo la sua è una critica avversa ai formalismi – così in auge a partire dagli anni 60 – e alle connesse ricerche sul significante. Tali strutture di pensiero, infatti, secondo Bonnefoy, sono solamente artifici teorici. Elementi che, alla fine, distolgono l’uomo dalla realtà della propria finitudine – dalla essenza dell’incarnazione. Mentre la poesia, per sua natura, è proprio “volontà che accede a sé stessa”, radicata nella terra, nella mortalità. Sempre tesa, al di là delle forme, alla condivisone con l’altro. A prescindere dal linguaggio e dai suoi nascondimenti [e simboli], la poesia, infatti, è un atto di conoscenza, un atto di fiducia, nei confronti della parola. Nel breve estratto che segue, la critica di Bonnefoy, quindi, è rivolta alla filosofia del linguaggio, quella orientata esclusivamente al primato del significante – ma sorda a ogni istanza dell’Io.

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Da

Yves Bonnefoy, Luoghi e destini dell’immagine. Un corso di poetica al Collège de France 1981-1993. Cura e traduzione di Fabio Scotto (Biblioteca di studi francesi Rosenberg & Sellier, 2017)

La presenza e l’immagine- Lezione inaugurale della cattedra di Studi comparati della Funzione poetica, venerdì 4 dicembre 1981

estratti pp. 26-29

Signore e Signori,

Amici,

Uno dei grandi contributi della nostra epoca è stato la valorizzazione di quel che chiamiamo l’opera del significante, e conseguentemente la denuncia di taluni aspetti illusori della nostra coscienza di noi stessi. Là dove il critico o il filosofo credevano un tempo d’incontrare, nell’opera letteraria o nella parola comune, l’univoca e diretta espressione di un soggetto al quale sarebbe bastato essere fedele alla verità per sentirsi presente ad altre presenze, e progressivamente attraverso queste esperienze fondamentali il padrone del senso del mondo o perfino un’emanazione divina, abbiamo imparato a percepire meglio una matassa senza inizio né fine di rappresentazioni transitorie, di finzioni senza autorità, nelle quali ciò che pare rimanga più degno di essere ritenuto il reale è questo ammasso di parole, che di continuo mutano senso e spesso forma, che rotolano di epoca in epoca come un grande fiume attraverso le lingue e le culture. Laddove parlavano coloro i quali erano detti geni, in quanto sarebbero direttamente

giunti a una verità superiore, hanno cominciato a brillare queste galassie che sono dette il testo, spazi più complessi e risonanti di ciò che poco prima vi si trovava formulato, ma in cui invano ci si allontana tra le costellazioni e le ombre alla ricerca dell’essere che in ogni caso ne aveva, nell’abisso senza alto né basso del foglio bianco, raccolto o gettato i segni. Un «vuoto nulla», ha detto Mallarmé, e che talvolta appare «musicista» solo per un eccesso d’enigma.

E il compito della coscienza è apparso, in questa prospettiva, mutato. Piuttosto che apprezzare nel discorso dell’essere parlante una proposta sul vero, legata a dei fatti del mondo ritenuti a quel punto conoscibili, analizzare il modo in cui gli stati di parola, significanti fugacemente racchiusi su significati irreali, si manifestino gli uni a partire dagli altri, servendosi dell’universo invece di esprimerlo. È qui che incontriamo alla loro origine, e con un peso d’evidenza che sarebbe vano negare, i considerevoli programmi della ricerca recente: questa archeologia dei fatti culturali che intende liberare dalla nostra secolare ignoranza gli stati aggrovigliati dei concetti d’epoca quali furono, vale a dire diversi – e in ogni caso più attivi, più determinanti i comportamenti – dalle nozioni riflessive delle filosofie e delle scienze; e, d’altra parte, un’intera analitica da cima a fondo rinnovata della creazione letteraria. […]

Ma l’idea antica dell’opera, che tanto si era avvicinata a quella della soggettività sovrana, non ne è che più duramente ricusata.

Ma, […] resta nondimeno il fatto che diciamo Io, quando parliamo, nell’urgenza dei giorni, in seno a una condizione e a un luogo che subito rimangono, quali che siano le apparenze o la mancanza d’essere, una realtà e un assoluto. Noi diciamo Io, noi gestiamo, in primo luogo in virtù di questo termine, la nostra esistenza e a volte quella degli altri, noi decidiamo dei valori, capita perfino, stranamente, che degli esseri muoiano per questi ultimi per quella che sembra una libera scelta: mentre, e ben sappiamo che è una sventura, altri esseri, al nostro tempo numerosi, soffrono per avere perduto un rapporto coerente e chiaro con un fondo che possano dire il loro essere più autentico e a partire da quel momento preferiscono, quante volte, lasciarsi morire. Questa capacità di riconoscersi e di accettarsi, attraverso alcuni valori che si condividono con altre persone, non sarebbe stata che una finzione, si può ben ammetterlo, ma avrebbe garantito a queste vite una ragione di durare e al mondo circostante un senso, con un po’ di calore. E del resto vedo che quest’epoca che ha squalificato ogni esperienza interiore è anche quella che, per la prima volta nella storia, si volge con nostalgia verso le arti e la poesia dei tempi in cui la relazione tra gli individui e il senso era l’unica preoccupazione della riflessione collettiva. […]

Se la decostruzione dell’antica mira ontologica può apparire, da un certo punto di vista, un imperativo della conoscenza, ecco a ogni modo che il suo affievolimento in situazioni concrete si accompagna a un rischio di decomposizione e di morte per l’intera società. Ed è questa una situazione che mi pare, in fin dei conti, ben più l’aggravamento di un problema che un avanzamento sulla via della verità. Tuttalpiù abbiamo avvertito uno sfaldamento dell’essere al mondo, ma rischiamo di subirne, per oblio dell’azione che gli opponevamo, le catastrofiche conseguenze. E pur continuando a studiare come incessantemente viva e devii il significante nei segni, mi pare che si debba cercare come questo slancio che siamo possa, nella deriva delle parole, comunque affermarsi come un’origine.

Che fare, detto in altri termini, perché abbia ancora qualche senso dire Io?

Che fare, ebbene, in ogni caso, interrogare nuovamente la poesia, che poco fa abbiamo lasciata a questo stato di tutela nel quale vuole oggi tenerla, non appena si tratta della verità, la filosofia del linguaggio. Interrogare la poesia, il che nel mio destino non è del resto che la reazione più naturale, poiché è già nel viverne l’esperienza, nel corso degli anni, che mi si sono presentate le contraddizioni e le inquietudini che ho appena tentato di dire, ma anche che si saranno ostinate una speranza e un’idea della speranza. Infatti, ciò che la critica ha recentemente sottolineato sul ruolo del significante nella scrittura, e sul peso dell’inconscio nelle decisioni dei poeti, questi l’hanno avvertito per primi, e alle soglie della nostra modernità, che cominciò come disgregazione dell’idea assoluta dell’io che avevano i romantici, ne avevano già fatto la loro principale preoccupazione.

Rimbaud non ignorava l’autonomia del significante quando scriveva il sonetto «Vocali», né la ignorava Mallarmé quando elaborò il «Sonetto in yx».

E, quanto a me, fu proprio questo eccesso delle parole sul senso ciò che mi attirò quando venni alla poesia, nella rete della scrittura surrealista. Che richiamo, come quello di un cielo ignoto, in quei grappoli di tropi interminabili! Che energia, sembrava, in quei fremiti improvvisi della profondità del linguaggio! Ma, trascorso l’iniziale fascino, non provai gioia per quelle parole che mi dicevano libere. Avevo nel mio sguardo un’altra evidenza, nutrita da altri poeti, quella dell’acqua che scorre, del fuoco che arde senza fretta, dell’esistere quotidiano, del tempo e del caso che ne sono l’unica sostanza; e abbastanza presto mi parve che le trasgressioni dell’automatismo non fossero tanto l’auspicata surrealtà, al di là dei realismi troppo in superficie del pensiero controllato, dai significati mantenuti fissi, quanto una riluttanza a porre la questione dell’io, la cui virtualità più ricca è forse la vita come la si affronta giorno per giorno, senza chimere, tra le cose del semplice. Dopotutto cos’è tutta la lingua, anche manipolata in mille modi, rispetto alla percezione che si può avere, direttamente, misteriosamente, dell’agitarsi delle foglie sul cielo o del tonfo del frutto che cade sull’erba? E sempre tenevo a mente durante tutto questo tempo, come un incoraggiamento e perfino una prova, quell’istante in cui un giovane lettore apre con passione un grande libro, e certamente incontra parole ma anche cose, ed esseri, e l’orizzonte, e il cielo: insomma, una terra intera, d’improvviso restituita alla sua sete.

[…]

Yves Bonnefoy, Luoghi e destini dell’immagine. Un corso di poetica al Collège de France 1981-1993. Cura e traduzione di Fabio Scotto (Biblioteca di studi francesi Rosenberg & Sellier, 2017). Biblioteca di Studi Francesi Collana diretta da Gabriella Bosco, Paola Cifarelli e Michele Mastroianni

Yves Bonnefoy, poeta francese (Tours 1923 – Parigi 2016). Dopo aver compiuto studi di matematica e filosofia, B. entrò in contatto a Parigi con il gruppo dei surrealisti. Ha preso poi al Collège de France la successione di Valéry, con la cattedra di “Études comparées de la fonction poétique”. Ha consegnato la sua la sua ricca e profonda creazione poetica in raccolte che attestano tutte un’intensa tensione speculativa, morale e formale.

Da Enciclopedia Treccani online

La biografia completa Qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/yves-bonnefoy/

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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