magia e poesia,  PROLEGOMENI

Poesia e magia. La parola prima

più si va all’origine dell’azione poetica più si impara il suo senso magico

– il suo incantesimo, la sua presenza sacrale. “Vates è poeta e profeta” ci ricorda, qui, Anita Seppilli

dalla prefazione di Poesia e magia (Einaudi 1972)

Partiamo da un dato di fatto largamente documentabile: per lunghi periodi storici, e presso certe culture anche tutt’ora, alla poesia ed all’ispirazione stessa – che noi valutiamo come ispirazione di ordine estetico, e cioè ispirazione poetica – furono attribuiti significati e finalità che  esulano da questa nostra valutazione attuale. Tale processo ideativo fu  considerato infatti di ordine magico, e fu assunto e manipolato come tecnica  magica. Se è vero – o forse meglio diremmo, credo, se è anche vero – che la magia risponde alla funzione biologica di dar sollievo ad emozioni dinanzi alle quali l’uomo non può trovar sbocco in un atto razionale, e tuttavia, di fronte alla impotenza, cui non può, senza pericolo psichico adattarsi, sfugge  all’inerzia passiva e risponde con azioni sostitutive (B. Malinowski, E. De Martino, ecc.), non è da meravigliare che fra le varie azioni del genere faccia ricorso pure a quella che noi appunto chiamiamo espressione poetica.

 Il processo ideativo, di carattere poetico, a nostro modo di vedere, autotelico, viene cioè considerato in tali culture come carico di una forza eccezionale: una forza che non solo permette di entrare in contatto immediato con le altre forze del cosmo, ma anche di agire direttamente sul cosmo intero.

Al processo espressivo «poesia» viene pertanto attribuita una funzione pratica, in tutti i sensi «vitale», e insostituibile. Nelle società a cultura arcaica, e fin’anco in culture storiche già notevolmente avanzate, il posto riservato all’ispirazione è necessariamente diverso da quello che noi siamo soliti riconoscerle. La disponibilità all’ispirazione condiziona lo «status» di  singoli individui detentori di una tradizione, e abilitati a svilupparla ancora; condiziona il formarsi di clans, o comunque, di gruppi sociali distinti, con specialissime prerogative, e perciò appunto indirettamente il formarsi, consolidarsi, mantenersi, aggiornarsi di tradizioni «poetiche», ovvero del mito o di relativi rituali.

Queste prerogative assai tardi si laicizzano compiutamente; il diritto dell’artista ad essere al di sopra della morale, la tradizione che si torna ad imporre nel nostro Sette-Ottocento, del poeta con le chiome lunghe in attitudine da invasato, sono fenomeni fra i più longevi, che il romanticismo ha rimesso di moda, e che indubbiamente affondano le radici in un tempo in cui l’ispirato era inteso come un veggente o uno sciamano.

Una tale valutazione in senso magico dell’ispirazione in sé, ebbe diversi ordini di conseguenze, che ci proponiamo di analizzare, sempre appoggiandoci su una documentazione necessariamente ampia:  conseguenze utilitaristico-sociali da un lato, conseguenze propriamente estetiche dall’altro, per tutto quanto riguarda la poesia considerata storicamente come istituto.

Questo modo di valutare l’ispirazione poetica e la poesia, diverso da quello che, coscientemente almeno, è il nostro, non scompare in un preciso momento storico: pur attenuandosi gradualmente, sebbene irregolarmente, esso sopravvive in una misura che chiede di essere definita anche nella nostra società proiettata verso la tecnica, in cui l’atteggiamento degli uomini di cultura verso la poesia è per lo meno ambiguo.

Che la poesia non fosse originariamente considerata né come un semplice passatempo, né come il frutto di una pura aspirazione al godimento estetico, ce lo dimostra l’etimologia di quelle parole che hanno attinenza con essa. La póiesis (da: TOIÉCO = faccio) fu azione, sebbene sembri oggi contemplazione; unita al canto fu incantesimo; legata alla mimica fu dramma rituale, cioè operazione magica, rappresentazione destinata a realizzare una presenza sacrale. Una valutazione in senso magico poté coinvolgere già la singola parola in se stessa: e dovremo   chiarire per quale spinta – con tutta evidenza, di natura psicologica – si poté verificare tale processo.

Se noi percorriamo a ritroso il cammino della società, giungeremo al punto in cui non sapremo disgiungere l’ispirazione poetica da un rituale magico, dal mito, dalla religione: vates è poeta e profeta. La lettura di centinaia di documenti etnologici porta costantemente nella stessa direzione.

Questa nuova edizione dell’opera [Anita Seppilli, Magia e poesia, Einaudi 1972, 2° edizione, , p 626] si presenta ampiamente riveduta, specie per quanto attiene i problemi di linguistica in rapporto alla magia.

Anita Seppilli è nata a Fiume, di famiglia triestina, e si è laureata in lettere a Firenze. Ha vissuto per diversi anni in Brasile. Oltre a vari saggi e articoli, ha pubblicato L’esplorazione dell’Amazzonia (in collaborazione con Tullio Seppilli, Torino 1964), I ceri di Gubbio. Saggio storico-culturale su una festa folclorica (Perugia 1972), Sacralità dell’acqua e sacrilegio dei ponti (Palermo 1977), La memoria e l’assenza. Tradizione orale e civiltà della scrittura nell’America dei conquistadores (Bologna 1979).

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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