magia e poesia,  PROLEGOMENI

Robert Graves – La Dea Bianca. Grammatica storica del mito poetico

Questa di Robert Graves è un’opera immensa – decisiva per chiunque cerchi un pensiero vivo, sul mito, e quindi sulla poesia. Graves comprese che nelle storie mitiche si nascondono molti segreti. Così gli enigmi propri alla tradizione celtica divennero il centro dei suoi studi. In fondo a tutto ciò, egli, ritrovò la visione più profonda, quella propria a tutte le grandi mitologie. Quella della luce lunare che proviene dalla Dea Bianca, riconosciuta, infine, come primordiale Musa, come immagine della poesia. Il mito è un mondo magico, nel quale alcuni entrano, per operare con la parola poetica. Una vera grammatica, che insegna “una lingua sempre viva”.

dalla presentazione de La Dea Bianca (Adelphi 2009), di Robert Graves

estratti da pp. 13-20

[…] Per onestà devo avvertire i lettori che questo resta pur sempre un libro molto difficile e molto singolare, da evitarsi accuratamente se si è turbati o stanchi, o se si ha una mente rigorosamente scientifica. Ho preferito non tralasciare nessun passo della laboriosa argomentazione, non foss’altro perché i lettori dei miei recenti romanzi storici hanno sviluppato un certo sospetto verso le conclusioni non ortodosse di cui non sempre vengono citate le fonti. Forse ora saranno contenti di sapere, ad esempio, che la formula del mistico vitello e i due alfabeti arborei introdotti nel mio Jesus Rex non sono «mero frutto » della mia immaginazione, bensì conclusioni logicamente dedotte sulla scorta di autorevoli documenti antichi.

La mia tesi è che il linguaggio del mito poetico anticamente usato nel Mediterraneo e nell’Europa settentrionale fosse una lingua magica in stretta relazione con cerimonie religiose in onore della dea-Luna ovvero della Musa, alcune delle quali risalenti all’età paleolitica; e che esso resta a tutt’oggi la lingua della vera poesia – « vera » nel senso nostalgico moderno di « originale non suscettibile di miglioramento, e non un surrogato». Questa lingua fu manomessa verso la fine dell’epoca minoica, allorché invasori provenienti dall’Asia centrale cominciarono a sostituire alle istituzioni matrilineari quelle patrilineari, rimodellando o falsificando i miti per giustificare i mutamenti della società. Poi giunsero i primi filosofi greci, fortemente ostili alla poesia magica, nella quale ravvisavano una minaccia per la nuova religione della logica. Sotto la loro influenza venne elaborato un linguaggio poetico razionale (oggi chiamato classico), in onore del loro patrono Apollo, linguaggio che fu imposto al mondo come il non plus ultra dell’illuminazione spirituale. Da allora in poi questa visione ha dominato praticamente incontrastata nelle scuole e nelle università europee, dove i miti sono oggi studiati solo come curiosi relitti dell’infanzia dell’umanità.

Uno dei più intransigenti denigratori dell’antica mitologia greca fu Socrate. Spaventato o offeso dai miti, egli preferì volger loro le spalle e addestrare la mente al pensiero scientifico, per                            « conoscere la ragione dell’essere di ogni cosa – di ogni cosa com’essa è, non come appare – e rifiutare tutte le opinioni di cui non si può dare conto ».  […] « Io non ne ho di tempo per occuparmi di simili argomenti, e la causa di ciò, amico mio, è la seguente: io non riesco ancora a conoscere me stesso, secondo il precetto delfico. E mi sembra ridicolo, fintanto che sono ignorante su questo punto, occuparmi di argomenti che non mi riguardano».

Il fatto è che al tempo di Socrate il significato di gran parte dei miti appartenenti all’epoca precedente era stato ormai dimenticato o costituiva un segreto religioso gelosamente custodito, benché ve ne fossero ancora raffigurazioni pittoriche nell’iconografia religiosa e narrazioni fantastiche dalle quali attingevano i poeti. Invitato a credere alla Chimera, agli Ippocentauri o al cavallo alato Pegaso, tutti chiari simboli cultuali pelasgici, il filosofo si sentiva in obbligo di respingerli come improbabilità zoologiche; e non avendo idea della vera identità della «ninfa Orizia» o della storia dell’antico culto ateniese di Borea, poteva offrire, del suo rapimento sul monte Ilisso, solo una banale spiegazione naturalistica.

[…] Io mostrerò invece che lo studio della mitologia ha alle sue fondamenta la conoscenza tradizionale degli alberi e l’osservazione della vita dei campi secondo le stagioni. Volgendo le spalle ai miti dei poeti, Socrate volgeva in realtà le spalle alla dea-Luna che li ispirava e che imponeva all’uomo di rendere omaggio spirituale e sessuale alla donna: il cosiddetto amore platonico

[…] Ma anche dopo che Alessandro Magno ebbe reciso il nodo gordiano […], l’antico linguaggio sopravvisse abbastanza puro nei culti misterici di Eleusi, di Corinto, di Samotracia e in altri luoghi. E quando i Misteri furono soppressi dai primi imperatori cristiani, continuò ad essere tramandato nei collegi poetici dell’Irlanda e del Galles e nelle conventicole stregonesche dell’Europa occidentale. Come tradizione religiosa popolare si ridusse al lumicino verso la fine del Seicento, e la poca poesia magica che ancora oggi si scrive, perfino nell’industrializzata Europa, è sempre frutto più di un ritorno ispirato e quasi patologico a quella lingua originale, di una sorta di frenetico « parlare lingue » pentecostale, che di uno studio coscienzioso della sua grammatica e del suo lessico.

[…] Malgrado il forte elemento mitico presente nel cristianesimo, l’aggettivo « mitico » è diventato sinonimo di « fantastico, assurdo, antistorico», e questo è un peccato, perché la fantasia ha avuto ben poco a che fare con lo sviluppo dei miti greci, latini e palestinesi, o di quelli celtici prima che i trovieri franconormanni li sfruttassero nei loro stravaganti romanzi cavallereschi.

Quei miti sono invece la severa testimonianza di antichi usi o eventi religiosi, e rappresentano elementi storici attendibili, una volta che se ne sia compresa la lingua e si sia tenuto conto degli errori di trascrizione, dei fraintendimenti di riti obsoleti e delle modifiche introdotte di proposito per fini morali o politici. Ovviamente alcuni sono sopravvissuti in una forma più pura di altri. Ad esempio le Favole di Igino, la Biblioteca di Apollodoro e i primi racconti dei Mabinogion gallesi si fanno leggere più facilmente delle cronache finto semplici del Genesi, dell’Esodo, dei Giudici e di Samuele. […]

« Qual è oggi l’utilità o la funzione della poesia? ». La domanda si rivela non meno urgente per il fatto di essere posta in tono provocatorio da tanti babbei o soddisfatta con risposte apologetiche da tanti sciocchi. La funzione della poesia è l’invocazione religiosa della Musa; la sua utilità è la sperimentazione di quel misto di esaltazione e di orrore che la sua presenza eccita.

Ma « oggi »? La funzione e l’utilità rimangono le stesse: solo l’applicazione è mutata. Un tempo la poesia serviva per ricordare all’uomo che doveva mantenersi in armonia con la famiglia delle creature viventi tra le quali era nato, mediante l’obbedienza ai desideri della padrona di casa; oggi ci ricorda che l’uomo ha ignorato l’avvertimento e ha messo sottosopra la casa con i suoi capricciosi esperimenti filosofici, scientifici e industriali, attirando la rovina su se stesso e sulla sua famiglia. L’« oggi » è una civiltà in cui gli emblemi primi della poesia sono disonorati; in cui il serpente, il leone e l’aquila appartengono al tendone del circo; il bue, il salmone e il cinghiale all’industria dei cibi in scatola; il cavallo da corsa e il levriero al botteghino delle scommesse; e il bosco sacro alla segheria.

Una civiltà in cui la Luna è disprezzata come un satellite senza vita e la donna è « personale statale ausiliario ». In cui il denaro può comprare ogni cosa eccetto la verità, e chiunque eccetto il poeta posseduto dalla verità. Datemi pure della volpe che ha perso la coda; io non sono servo di nessuno e ho scelto di vivere nella frazione di un paesino sui monti di Maiorca, cattolico ma antiecclesiastico, dove la vita è ancora regolata dall’antico ciclo agricolo. Privo come sono della coda, ossia del contatto con la civiltà urbana, tutto ciò che scrivo deve suonare assurdo e irrilevante a quelli tra voi che sono ancora legati agli ingranaggi della macchina industriale, sia direttamente come operai, dirigenti, commercianti o pubblicitari, sia indirettamente come funzionari, editori, giornalisti, insegnanti o dipendenti di una rete radiofonica.

Se siete poeti, comprenderete che l’accettazione della mia tesi storica vi obbliga a una confessione di tradimento che sarete restii a fare. Avete scelto il vostro lavoro perché vi prometteva un’entrata costante e il tempo libero necessario per rendere un prezioso culto a metà tempo alla Dea che adorate. Vi domanderete a che titolo io vi avverta che essa vuole essere servita a tempo pieno o non essere servita affatto. Vi suggerisco forse di lasciare il vostro impiego e, in mancanza dei capitali necessari per avviare una piccola azienda agricola, di diventare pastori romantici (come fece Don • Chisciotte una volta constatata la propria incapacità di affrontare il mondo moderno) in remote fattorie non meccanizzate? No, la mia condizione di scodato mi toglie ogni diritto di offrire suggerimenti pratici. Ardisco solo tentare un’esposizione storica del problema; come poi voi ve la vedrete con la Dea è cosa che non mi riguarda. Non so neppure se la vostra professione poetica sia cosa seria.

Robert Graves, La Dea Bianca. Grammatica storica del mito poetico (Adelphi 2009), pp. 596

Titolo originale: The White Goddess. A historical grammar of poetic myth

Traduzione di Alberto Pelissero

.

Forest- foto di Janusz Walczak su Pixabay

Robert Graves, scrittore inglese (Wimbledon 1895 – Maiorca 1985). Poeta, saggista e narratore prolifico, raggiunse fama mondiale con i romanzi storici I, Claudius (1934; trad. it. 1935) e Claudius the God (1934; trad. it. Il divo Claudio e sua moglie Messalina, 1936). Rilevante anche la sua produzione poetica in cui confluirono temi mutuati dal suo interesse per la psicologia dell’inconscio. G. ha anche tradotto da Apuleio, Lucano e Svetonio e curato un dizionario di mitologia greca, The greek myths (2 voll., 1955-62).

La biografia completa Qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/robert-graves/

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

Lascia una risposta