DIARI e LETTERE

Sylvia Plath – Diari. Dai barlumi dell’io

Fin da bambina e poi, senza intermissione, fino alla sua morte (a poco più di trent’anni per suicidio), Sylvia Plath, scrisse il suo diario. Questo diario – che, di sicuro, dopo le poesie, sono l’opera più importante. Nella prefazione il marito e poeta Ted Hughes evidenzia lo slancio creativo che in lei, sotto traccia, si muoveva di continuo, come in un processo alchemico. Lei era in continua ricerca, e “forse (scrive Hughes) in una cultura diversa, sarebbe stata [anche] felice”. Ma Plath, in realtà, che cosa cercava? Certo “qualcosa in lei tendeva all’essenza, come in un processo di progressiva purificazione. Una comunione con lo spirito o con la realtà, o semplicemente con l’intensità in sé.” Un qualcosa di primitivo e violento. Quindi come mediante un continuo sacrificio. Un’ossessione mossa dal centro di sé, sempre più presente anche nella sua scrittura. Poiché il vero io tace, per sua natura, occultato nel brusio di altre voci. Nel proliferare dei suoi riflessi. Così il silenzio ci custodisce. Ma, dice Hughes “quando il vero io trova la parola e riesce a esprimersi, allora accade qualcosa di straordinario.” Ecco, questo è quello che si coglie nei barlumi dei suoi diari.

Sylvia Plath, Diari (Adelphi 1998)

[estratti da pp. 10-14]

PARTE PRIMA. Smith College, 1950-1955.

“Luglio 1950”.

Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna. Ora capisco come la gente possa vivere senza leggere, senza studiare. Quando uno è così stanco, alla fine della giornata ha bisogno di dormire e il mattino dopo, all’alba, lo aspettano altre fragole da piantare, e così si va avanti a vivere, vicino alla terra. In momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più…

[…]

“1 Agosto 1950”

Oggi è il primo di agosto. Si soffoca, è umido, piove. Sono tentata di scrivere una poesia. Ma mi viene in mente la frase che ho letto su uno di quegli stampati con cui respingono i manoscritti: Dopo ogni acquazzone, da tutto il paese piovono poesie intitolate «Pioggia». Per me il presente è l’eternità e l’eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. E un po’ come le sabbie mobili… senza scampo fin dall’inizio. Un racconto, un quadro possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza, mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch’io me ne andrò. L’istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire.

Certe cose sono difficili da descrivere. Quando ti succede qualcosa e vuoi annotarlo, o lo rendi troppo drammatico o lo alleggerisci troppo, esagerando i particolari sbagliati e tralasciando quelli importanti. E comunque non lo scrivi quasi mai come vorresti. Io voglio semplicemente mettere sulla carta quello che mi è capitato oggi pomeriggio. Non posso raccontarlo alla mamma, per lo meno non ancora. Era in camera mia indaffarata con dei vestiti quando sono tornata a casa, e non si è nemmeno accorta che mi era successo qualcosa. Ha continuato a sgridarmi e a parlare senza posa. Così non sono riuscita a farla smettere per dirglielo. Comunque venga, devo scriverlo.

Sylvia Plath, Diari (Adelphi 1998). A cura di Frances McCullough e Ted Hughes.

Prefazione di Ted Hughes. Traduzione di Simona Fefè.

Sylvia Plath, poetessa americana (nata a Boston, il 22 ottobre 1932, morta suicida a Londra l’11 febbraio 1963). Dopo la laurea allo Smith College proseguì gli studî a Cambridge, in Inghilterra, dove sposò (1956) Ted Hugues. Allorché la P. si tolse la vita, la sua leggenda era già iniziata: una leggenda alimentata anche dai precisi spunti suggeriti dalla sua tragedia personale di donna che si rifiutava di “essere un puro avvenimento nella vita di qualcun altro”, e confermati dall’unico romanzo della P. scritto e pubblicato poco prima della morte, sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas, The bell jar (Londra 1963, trad. it. La campana di vetro, Milano 1968).

La biografia completa Qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/sylvia-plath_(Enciclopedia-Italiana)/

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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