contributi,  SPAZIO PERSONALE

Remo Pagnanelli –  una poesia – tra presenza e defezione

di Paolo Pistoletti

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Un contributo incluso in “Passione Poesia – Letture di poesia contemporanea (1990-2015)” Ed. CFR, 2016 [un’opera critica e antologica, a cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella].

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su una poesia di Remo Pagnanelli

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Mia ombra mio doppio,

talvolta amico ma più spesso

straniero che mi infuria ostinato,

mio calco che nessuna malta riempie,

fantasma appena colto,

di te ho centinaia di fotogrammi

sfrenati dalle corse, trattenuti

nelle reti, mio ombrello protettivo

paratutto, già cieco già binomio d’altro,

convengo con te quel che segue.

Niente di umano scoperchia la follia.

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(da Epigrammi dell’inconsistenza, Stamperia dell’Arancio, Grottamare,1992)

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Remo Pagnanelli scrive questa poesia a ventidue anni, con una voce già riconoscibile per autorevolezza. Segno questo di una forza originaria che viene da lontano, lontanissimo. Ma da dove? Da una speciale specola, come da un terzo occhio. Dal suo nucleo più intimo, al di qua dello spettro temporale. Pagnanelli sente che tutto è intessuto di tempo. Un tempo simultaneo, nella trama di passato-presente-futuro; quindi un nontempo cronologico.

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Dal suo io lirico, antichissimo, con assoluta disinvoltura, Pagnanelli si ritrova senza mai un approdo sicuro tra il qui e l’altrove, spesso allato e poi in circolo tra prenatale-esistenziale-postmortem. Ma è uno procedere che sorge da una stasi infinita, so-spesa dentro un mondo di pseudoviventi, in un rigore invernale che implica uno sprofondamento, e poi, una retrocessione; perché, in lui, l’inizio e la fine si sovrappongono. Questa visione assoluta, porta Pagnanelli ogni volta a rischiare tutto nei suoi versi, con un atto di totale fiducia nei confronti della fonte da cui proviene la sua parola. Temporalità immobile durante la visione, quindi, sincronia di tutti gli elementi spazio-temporali che compongono la poesia.

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L’esistenza è una “vacanza forzata”, una “trasmigrazione in corpi inermi”. Da qui il senso di inappartenenza; da qui l’incessante pensiero per il viaggio, il prenatale, il ritorno; temi questi che dominano anche la sua opera in prosa. Così in Prime scene da un manuale: “poiché avevo memoria di altre vite nei corpi”. Da qui anche il tema della “rete che avvolgendo i corpi tarpa le ali, come un accidente piombato addosso con ogni nuova esistenza.

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Anche il postmortem compenetra tutta la sua poetica; dalla raccolta Dopo: dopo starò a guardarvi, come da un esterno si guarda un interno. Pagnanelli è spinto dall’“ossessione per il ricongiungimento al non tempo” (R. Galaverni), dal tentativo continuo diretto al superamento dell’esistenza, “luogo  dell’incompiutezza e dell’orfanità”. L’ossessione, che segue la caduta, trova nella poesia il luogo per una possibile testimonianza.

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Ossessione e solitudine producono l’atto scrittorio, sono condizioni essenziali dell’opera, elementi per un possibile ricongiungimento. Quindi la poesia – come l’esistenza – è il luogo dell’inverno e del “risparmio delle forze”, dello sprofondamento e dell’allontanarsi dall’illusoria luce esteriore. Noi, dentro, procediamo verso il nostro nord, verso un invisibile lucore, mentre fuori cresce la frantumazione e la dispersione. Per questo con la scrittura non si può mentire.

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“Mia ombra” – perché l’ombra è lo spazio propedeutico alla tenebra, la realtà che introduce al non visibile, che precede il senso più profondo. Quindi l’ombra ha già a che fare con l’angoscia, con il perturbante, con il rimosso. Quello del “mio doppio” è un topos fondamentale, proponibile dal poeta solo dopo che egli abbia aperto il suo sguardo all’osservazione di sé. Nel percepire il proprio doppio Pagnanelli ingaggia un corpo a corpo con l’altro, con la sua polarità, ponendola di fronte a sé, esponendosi così alla vertigine del mistero.

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Quindi la possibilità, appena intravista, di svincolamento da questo “binomio” –  che a volte sembra amico ma che in realtà è il vero antagonista dell’io –  apre feritoie su un altrove; su uno spazio-tempo non umano in cui solo l’autentico io, e non il suo “fantasma”, può entrare. Questa dissociazione, così potente, può essere accostata solo con algida follia. L’io è un attore calato nella scena della storia, chiamato, nella sua parte, ad individuare la sua controfigura, come in una lucida visione autoiniziatica.

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La storia è il luogo della pratica per l’io. Quindi il sentire lancinante di Pagnanelli è storico e metastorico, sospeso tra tensione orizzontale e verticale. L’individuarsi è opera dolorosa che porta al superamento della persona che appare, alla caduta della maschera che nell’ordinario spadroneggia. È un individuarsi in solitaria che apre l’io, desolatissimo, ad un percorso di infinita catarsi, nella polifonia dolente di voci dal mondo. La follia rinfocola il “coraggio dell’impossibile” (C.  Michelstaedter) superamento, che il poeta in nuce porta in sé. Il fantasma del doppio “appena colto” per l’io è già un relitto, “già cieco già binomio d’altro”, un corpo già in fase di abbandono.

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Forte è il legame di Pagnanelli con la terra. Con “mio calco che nessuna malta riempie” il poeta sembra richiamare il vuoto scavato dal dolore che tutto ha scarnificato, nella consapevolezza che non sarà certo l’humus di questo mondo a colmare, con le sue facili consolazioni, la manchevolezza del poeta. L’estraneità, l’“intrattenersi con l’effimero”, “l’inconveniente di essere nati”, sono elementi essenziali di questa poesia.

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Del viaggio con il vicolo del corpo il poeta conserva i “fotogrammi”, in una combinazione tra vitale (“sfrenati dalle corse”) e mortifero (“trattenuti nelle reti”). Tra presenza e defezione, tra resistenza e resa, Pagnanelli “vive il negativo sulla propria pelle”. La defezione non è fuga e incuria per la storia, ma sprofondamento nella sua essenza, e quindi suo superamento; è il lasciare la presa, tutti i supporti, tutte le consolazioni facili che ci sviano dal vero. L’inabissamento prospetta un recupero di senso, un ripristino della parola autentica. Lo scoperchiamento – quindi la presa d’atto del franare, della provvisorietà, dell’inconsistenza – e poi la discesa nella lucida “follia”, sono fasi inevitabili della catabasi; sono tappe del passaggio dal “vitalismo della situazione liminare” ad un attraversamento ad oltranza – tra “purgatoriale autunno e infero inverno” – una sorta di archeologica ricerca interiore senza fondali, verso un mai certo ritorno.

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Nell’ultimo verso una sentenza schiude ad un significato non univoco, perché quello che dallo scavo affiora, una volta superato lo strato del “troppo umano”, è proprio la realtà immensa e solitaria dell’io, che resta – sempre e comunque – all’umano, indicibile.

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Nota biobibliografica

Remo Pagnanelli nasce a Macerata, il 6 maggio 1955, dove muore suicida il 22 novembre 1987. Poeta e critico letterario, si laurea nel 1978 in Lettere moderne e nello stesso anno esordisce come poeta con la plaquette Dopo. Nel 1984  pubblica Musica da Viaggio, nel 1985 Atelier d’inverno e il poemetto L’orto botanico.  Pubblicati postumi sono Preparativi per la villeggiatura ed Epigrammi dell’inconsistenza. L’opera poetica di Pagnanelli è stata raccolta nel volume Le poesie, a cura di Daniela Marcheschi. In ambito critico nel 1981 pubblica La ripetizione dell’esistere. Lettura dell’opera poetica di Vittorio Sereni e nel 1985 Fabio Doplicher. Nel 1988, postumo, è uscito il suo lavoro Fortini. Parte dei saggi pagnanelliani sono stati raccolti da Daniela Marcheschi nel volume Studi critici. Poesie e poeti italiani del secondo Novecento. Alcuni  studi sull’estetica e sull’arte sono confluiti nel volume Scritti sull’arte. Questo è il sito ufficiale di Remo Pagnanelli: http://www.remopagnanelli.it/

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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