CRITICA

Pier Vincenzo Mengaldo – su Corrado Govoni

il suo sterminato repertorio di immagini è stato una riserva a cui quei poeti (a cominciare da Ungaretti e Montale) hanno attinto a piene mani

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Oggi un rilancio del significato innovatore della prima stagione di Govoni è stato effettuato soprattutto nella Poesia del Novecento di Sanguineti; ma una indagine analitica deve in sostanza cominciare ancora. La cultura poetica del primo Govoni, più ampia e di prima mano di quanto generalmente non si sospetti e capace di inedite contaminazioni (come in Vas luxuriae quella di Louÿs e di Lucini con D’Annunzio), è tuttavia compresa di massima nel triangolo consueto per i crepuscolari: Pascoli, D’Annunzio (qui anche il pre-paradisiaco) e simbolisti francobelgi. Ma singolare è l’impeto con cui questa cultura è tranquillamente e ingenuamente fagocitata, quasi che lo spunto libresco stia sullo stesso piano della suggestione degli oggetti, e ridotta a un minimo comun denominatore, che è quel «liberty allo stato selvaggio» di cui ha parlato acutamente Sanguineti.

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E precocissimo (già in Armonia) è il contributo govoniano all’elaborazione in Italia del verso libero, benché in lui questa liberazione scaturisca, ancor più chiaramente che in altri, da un abito di trasandatezza formale e metrica: si vedano subito nelle Fiale gli endecasillabi ad accentuazione irregolare (tipo «lungo, malinconicamente sfoglia» o «Voi o uomini che mi deridete») e soprattutto i frequentissimi ipometri («muoiono lenti sanguinolenti», «e si frastaglia per il giardino», «d’una festa campestre Watteau» ecc. ecc.), non sempre dunque ortopedizzabili mediante dialefi o, ben più spesso, dieresi, scialate in pretto stile simbolista-liberty; mentre le rime, quando non intervengano esotismi, sono per lo più facili e spesso identiche, e non mancano grafie fonetiche regionali, di naïveté provocatoria (magnoglia, mobiglio, petroglio in Armonia).

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È un misto, spesso delizioso, di astuzia e candore, raffinatezza e immediatezza pre-culturale. Altrettanto precocemente, come più tardi egli stesso rivendicherà in polemica con Prezzolini, Govoni appresta quel repertorio di oggetti e temi che sarà tipico della sensibilità «crepuscolare» (parola tematica che in lui compare presto), e lo fa in modo «straordinariamente elementare, e, per così dire, feticistico», accompagnandolo con «arpeggi di annoiata chitarra» (Solmi).

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In realtà Govoni è soprattutto attratto dalla superficie colorata del mondo, dalla varietà infinita dei suoi fenomeni, che registra con golosità inappagabile e fanciullesca, quasi in una volontà di continua identificazione col mondo esterno (Identificazione s’intitola appunto una lirica di Inaugurazione della primavera, e tante altre cantano questo tema); Montale ha parlato di un bisogno di ridurre i fenomeni del reale a «fiabesco inventario privato», e già Boine, che pure ammirava la grazia e freschezza di questa poesia, annotava: «Gli pare che la bellezza sia a fare un inventario del mondo che non finisca più come d’uno che non si sazi». In questo atteggiamento psicologico è l’origine sia dell’insistente tecnica della ripetizione e accumulazione (i famosi «rosari d’immagini») che caratterizza Govoni, sia di quanto le immagini stesse tengono di sommario e approssimativo, dato che l’effetto è piuttosto delegato alla loro somma. Ha scritto Bonfiglioli: «il suo crepuscolarismo consiste in una originale poetica dell’anima. L’anima è concepita come una lastra impressionabile, pronta a scomporre l’oggetto in una serie di sensazioni empiriche e a riorganizzarlo in sovrimpressioni analogiche. L’anima è, insomma, un’attività percettiva, fotografica e quasi medianica…».

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Immediatamente influente, se non altro sul piano dei motivi, sui crepuscolari più tipici (da Corazzini al conterraneo Moretti), Govoni contrappone tuttavia al loro programmatico grigiore una vivezza coloristica e un dinamismo che lo differenziano dalla «scuola»; ma è soprattutto il gusto per il caleidoscopio delle parvenze, e una libertà nell’associare le immagini che ha fatto parlare di «barocco» e non molto più appropriatamente di surrealismo avanti lettera, a costituire il minimo comune denominatore fra il Govoni pre-futurista e quello futurista. Al futurismo egli aderì con l’entusiasmo un po’ acritico che lo contraddistingueva ma anche, come lui stesso ebbe a ricordare più tardi («Meridiano di Roma» del 14 marzo 1937), con una sorta di giocosa irresponsabilità, raggiungendo in ogni caso anche nella nuova maniera risultati assai cospicui, inferiori solo a quelli dell’altro outsider Palazzeschi.

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Ma in verità, nonostante l’ortodossia di alcune liriche (per esempio Fotografia medianica del temporale) o taluni tratti evolutivi come certo intellettualizzarsi delle immagini (quali «i bequadri diabolici dei fulmini» o «le incandescenti vertebre dei fulmini»), si può dire che quanto vi è in lui di futuristico preesistesse già in sostanza alla fase futurista vera e propria, così come in questa egli conservò senza tanti problemi vistosi residui dannunzianeggianti, liberty, crepuscolari. La stessa adesione, ad esempio, a una tematica obbligatoria del gruppo come quella della città moderna, non riesce a far dimenticare la natura fondamentalmente georgica, all’emiliana, del suo animo e della sua ideologia (cfr. in particolare l’evidente riduzione idillica del tema cittadino che si ha più tardi in Le bellezze della città, nel Quaderno).

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E forse la formula tranquillamente paradossale di tutto Govoni sta in questo innesto di uno spontaneo modernismo su una sensibilità profondamente campagnola e un ethos arcaico: il che anche spiega come mai questo poeta così spesso dedito a celebrare la dinamicità della vita moderna resti in realtà del tutto fuori della storia (con la formula volutamente estrema di Montale: «Lo si può leggere fra Li Po e Po Chu-i senza troppo avvertire il salto dei secoli»).

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Dopo la fase d’avanguardia, Govoni continuò a coltivare con perfetta fedeltà a se stesso le sue doti spiccate di affabulazione affettuosa e freschezza visiva, anche mantenendo in sé ben evidenti le tracce dell’esperienza futurista (testi come Gli affissi o Simultaneo sono veri e propri, e assai felici, esempi di futurismo protratto); e tutt’al più affiancando ai prediletti modi accumulativi e all’incontinenza verbale («poeticismo diffuso», «automatismo dei versi che si fanno da soli»: Bonfiglioli) la ricerca di una maggiore essenzialità.

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Ma sempre restò estraneo, non solo per difetto di capacità critica ma per diversità di poetica, allo scavo lirico che caratterizzò la nuova poesia; e i momenti di maggiore ripiegamento interiore, come soprattutto nell’elegia di Aladino (la raccolta in memoria del figlio trucidato alle Fosse Ardeatine), non contano fra i suoi risultati migliori. Ciò non significa affatto che la sua poesia sia stata inefficace sui lirici successivi; è vero il contrario: il suo sterminato repertorio di immagini è stato una riserva a cui quei poeti (a cominciare da Ungaretti e Montale) hanno attinto a piene mani, seconda per importanza solo a quelle pascoliana e dannunziana.

Eloquente la testimonianza di Sinisgalli ne L’età della luna:

«Bisognerà rendere giustizia al vecchio Govoni… Govoni c’incantava con la sua mercanzia venduta a buon prezzo e in una baracca suburbana. Il bambino e il vecchio trovavano sempre qualcosa che nessun altro aveva mai portato e che avevano desiderato per un anno intero. Verrà, pensavano, il signor Govoni con la sua bancarella».

Certamente l’ottica insieme filoermetica e anti-avanguardistica e l’intellettualismo sacerdotale che hanno dominato a lungo nella nostra critica sono i meno adatti a dar conto del significato di questo simpaticissimo poeta; ma ciò non toglie che – salve le proporzioni – venga un po’ fatto di girare a lui ciò che di un altro poeta a tendenza fluviale, Éluard, pare abbia detto Mauriac: «Eccellente, ma chi ne ricorda un verso?».

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Pier Vincenzo Mengaldo, da Poeti italiani del Novecento (Mondadori 1978)

La biografia e una poesia di Corrado Govoni qui:

Corrado Govoni – da Le fiale – il Cipresso Bianco

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Pier Vincenzo Mengaldo, filologo e critico letterario italiano (n. Milano 1936); prof. di storia della lingua italiana nelle università di Genova (1968-71), di Ferrara (1971-74) e quindi di Padova. Allievo di G. Folena, ha studiato con particolare acume storico-filologico M. M. Boiardo (ed. delle Opere volgari, 1962; La lingua del Boiardo lirico, 1963) e Dante (ed. critica del De vulgari eloquentia, 1968 e poi, con trad. a fronte e ampio commento, in Opere minori, 2° tomo, a cura sua e di altri, 1979; Linguistica e retorica di Dante, 1978). La sua costante attenzione verso la letteratura italiana contemporanea è testimoniata dai numerosi saggi raccolti nelle quattro serie di La tradizione del Novecento (prima serie, col sottotitolo Da D’Annunzio a Montale, 1975, nuova ed. 1996; nuova serie, 1987; terza serie, 1991; quarta serie, 2000); M. ha inoltre curato o prefato opere di F. Fortini, V. Sereni, G. Caproni, R. Baldini, L. Meneghello, e ha pubblicato una fortunata antologia dei Poeti italiani del Novecento (1978), che alle arrischiate ricostruzioni storiografiche (scuole, gruppi, correnti) antepone l’evidenza dei testi e dei singoli percorsi creativi; si ricorda anche La vendetta è il racconto. Testimonianze e riflessioni sulla Shoah, 2006. Dello storico della lingua vanno altresì rammentati L’epistolario di Nievo: un’analisi linguistica (1987) e il volume Il Novecento (1994) nella Storia della lingua italiana a cura di F. Bruni. Alla Antologia personale (1995), miscela di prelievi letterari e memoria soggettiva, sono seguiti tra l’altro l’agile raccolta Profili di critici del Novecento (1998), Giudizi di valore (1999), una scelta di suoi interventi militanti su periodici e quotidiani, Prima lezione di stilistica (2001), Gli incanti della vita. Studi su poeti italiani del Settecento (2003), Com’è la poesia (2018), Dal Medioevo al Rinascimento. Saggi di lingua e stile (2019) e I chiusi inchiostri. Scritti su Franco Fortini (2020).

Biografia – dal Dizionario Biografico Treccani:

https://www.treccani.it/enciclopedia/elenco-opere/Dizionario_Biografico

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la foto in evidenza [tazza finestra] è di English Like Anative – su pixabay.com

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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