POETICA

Paul Valéry – La caccia magica. Il bosco della creazione poetica

La caccia magica, per Valéry, è la caccia che la dialettica non interrompe mai nei confronti dell’esperienza artistica – braccandola di continuo “spingendola fin nel boschetto delle Nozioni Pure”. Ed è così che anche la critica letteraria, con pedanteria, si prodiga a “contare e misurare i passi della Dea”. Ciò accade perché filosofia e teoria restano vittime della fascinazione ambigua del linguaggio. Ossia cadono nella trappola di considerare l’ombra [la parola] come una cosa salda, non avendo familiarità con le ambiguità linguistiche. Mentre la poesia proprio di questo si nutre, perpetrando il mondo, nel suo mistero. Infatti nella foresta incantata del linguaggio, i poeti vanno proprio con l’intenzione di perdersi, inebriandosi, nello smarrimento. Questi i punti essenziali del libro. E Valéry, per almeno venti anni, senza mai pubblicare nulla, ritornò sempre su queste stesse cose, ossessivamente, sempre concentrato, in un continuo movimento circolare. Una meditazione mai interrotta, attentissima all’esperienza del “meraviglioso”. Quindi diffidente nei confronti del linguaggio estetico – del suo rigore mortale. Senza mai intermissione, nell'”osservarsi in quel fare”, proprio anche della poesia.  In polemica con il sistema filosofico, perché la Ragione è solo una divinità dormiente, “in qualche grotta del nostro spirito”.

Da La caccia magica (Guida Editori 1985), di Paul Valéry

estratti da pp. 29-32

[…] «Quale ruolo possono realmente svolgere nell’artista stesso, e riguardo alla pratica della sua arte, le riflessioni di tipo generale e teorico, — una concezione del “mondo”, per esempio, un idea dell’uomo o dell’intelletto?». Il problema è piuttosto delicato da enunciare con precisione.

[…] Mi sembra possibile chiedersi se la creazione artistica sia compatibile con una visione profonda e non comune dell’essenza delle cose secondo qualcuno.

[…] l’esempio di Wagner lo mostra in modo particolarmente evidente, risulta che l’impiego di facoltà astratte, — di una sorta di calcolo cosciente, — può, non solo accordarsi con l’esercizio di un’arte, — vale a dire con la produzione o la creazione di valori poetici, — ma che è anche indispensabile per portare a un grado supremo d’efficacia e di potenza l’azione dell’artista e la portata dell’opera. Come le scienze forniscono mezzi d’azione sulla natura che superano di molto i poteri immediati dell’uomo, così nell’ambito delle arti, un’analisi teorica ben condotta può permettere tali combinazioni di mezzi, una tale precisione d’intervento, un tale spiegamento di risorse complesse, — può servire a comunicare alle opere un potere d’emozione così intenso e sostenuto, — che lo spettatore o l’ascoltatore soggiogato sia tentato di attribuirne la creazione a qualche essere sovrumano.  Pochi segni tracciati su un pentagramma scateneranno le potenze organiche che generano in noi l’immenso universo dei suoni, — e quest’universo illusorio ci darà a sua volta l’illusione più profonda e più significativa dell’universo totale o della complessità «infinita». Come scrivendo alcuni segni si possono rappresentare numeri che sono al di là di ogni intuizione, sia per la loro grandezza, sia per la loro struttura, sui quali si può comunque speculare e operare con esattezza e con profitto pur senza riuscire a concepirli, così fa il compositore quando manovra, eccita, esalta, congiunge e disgiunge per via astratta e superficiale le nostre facoltà intime, — e, con esse, stimola tutto il sistema delle nostre idee.

[…] Ciò che è vero per la musica, lo è anche per la letteratura? Questione infinitamente delicata. Non bisogna mai scordare che la letteratura, per quanto sia un’arte, è un’arte fondata sul linguaggio, mezzo pratico, mezzo d’origine comune e statistica. Ma l’arte è l’azione e l’affermazione di qualcuno, e questa azione personale si esercita quindi in senso contrario all’azione disordinata di tutti… Inoltre, e nello stesso ordine d’idee, il linguaggio comporta un insieme di convenzioni che si dividono in lessico e sintassi. Convenzioni, vale a dire: legami che potrebbero essere differenti. Ma queste convenzioni sono generalmente imprecise; un gran numero di esse sono indefinibili, o quasi. L’arte letteraria gioca con le possibilità concessele da questa mancanza di rigore, ma lo fa a suo rischio e pericolo, subendo o sfruttando malintesi, differenze di valore o di effetto delle parole a seconda delle persone. La letteratura non può giovarsi altro che del ritmo e delle proprietà sensibili della parola per raggiungere l’essere organico di un lettore con una qualche fiducia nella conformità dell’intenzione e dei risultati, ecc.

[…] Non continuo questo genere d’analisi. Ho solamente voluto darvi, signori, un’idea delle questioni che ho considerato, — quando pensavo alla letteratura, — durante quella lunga parte della mia vita che ho felicemente trascorso senza scrivere. Dal 1892 al 1912, non ho lavorato che per me stesso, senza alcuna idea di pubblicazione. La mia carriera letteraria si è manifestata assai tardi e fu causata da circostanze indipendenti dalla mia volontà. Tuttavia, nonostante i lavori, le occupazioni o gli impegni che riempiono ora le mie giornate, non perdo di vista quello che fu il principale oggetto della mia curiosità e delle mie ricerche più o meno avventurose. Esso fu anche il filo conduttore della mia attenzione attraverso la varietà accidentale della vita. Ritorno sempre sugli stessi problemi, su quelli che credo fondamentali, o che la natura della mia mente riconduce sempre come tali davanti a me.

Paul ValéryLa caccia magica (Guida Editori 1985). A cura di Maria Teresa Giaveri

Biografia da Enciclopedia Treccani online

Paul Valéry, poeta francese, (Sète 1871 – Parigi 1945).  Consacrato erede di S. Mallarmé e maestro del simbolismo con La jeune Parque (1917), Verso il 1892 frequentò a Parigi gli ambienti letterari e conobbe Stéphane Mallarmé, che tanta influenza doveva avere sul suo futuro svolgimento intellettuale. La sua attività letteraria ha inizio nel 1889-1890 con poesie pubblicate sulle riviste simboliste. Successivamente appaiono, sempre su riviste, la Introduction à la méthode de Lde Vinci e la Soirée avec MTeste. Verso il 1900 abbandona la letteratura chiudendosi per lunghi anni nel più assoluto silenzio, interrotto soltanto nel 1917 dalla pubblicazione della Jeune Parque, che lo rivela come poeta a una ristretta cerchia d’amici e d’intenditori. Scrive quindi le Odes (1920) e diverse altre liriche e poemi raccolti poi nel volume Charmes (1923), che consolida la sua fama, anche fuori di Francia. A Charmes fanno seguito i dialoghi Eupalinos ou l’architecte L’Âme et la danse (1923), due volumi di saggi, Variété I (1924) e Variété II (1930), oltre a numerosi volumetti di frammenti letterarî e filosofici. Dal 1925 il V. fa parte dell’Académie Française, dove ha occupato il seggio di Anatole France.

La biografia completa Qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/paul-valery_(Enciclopedia-Italiana)/

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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