OLTRE

Il Libro dello Splendore. Lo Zohar. Il linguaggio del mondo e le sfere celesti

Lo Zohar è l’immenso libro della mistica ebraica, una fonte che ha ispirato una schiera di autori come per es. Borges e Proust. Ma in modo ancora più decisivo, e per ragioni più radicali, ha inciso su poeti come Paul Celan e Nelly Sachs. E ricordiamo quest’ultima, in modo particolare, per la sua cosmogonia del dolore, segnata proprio dalla lettura dello Zohar. Dio l’uomo e il mondo vengono compresi come un grande libro, come un flusso di dolore-luce dal quale tutto nasce e procede. Dinanzi vi è l’opera di un Dio calato e immerso nell’alfabeto della storia. Un Dio che “aprì le vene del linguaggio”, per la metamorfosi dell’uomo e del mondo.

Il brano dello Zohar riportato di seguito, Le sfere celesti, è profondamente simbolico. In esso il mondo delle sephiroth è immaginato come processo cosmico del linguaggio. Il procedere della parola corrisponde a quello delle emanazioni divine in Dio. Questo lo schema: dal pensiero abissale (chokhmà, la sapienza), alla parola interna non udibile (a binà, l’intelligenza) fino all’espressione verbale differenziata (tiphereth, gloria – definita anche ruach, respiro) nella quale scorre come un fiume perenne la voce percepibile. Quindi il discorso, come espressione articolata (a malkhut, il regno).

dalla presentazione di Elio e Ariel Toaf

Il testo classico della Cabbalà è lo Zohar (Il libro dello splendore), per secoli considerato sacro all’ebraismo e ancor oggi venerato nei circoli mistici, al pari della Bibbia e del Talmud. Attribuito dai cabbalisti a Rabbi Shim’on bar Yochai. celebre dottore della Mishnà, è ambientato nella Palestina della seconda metà del II secolo dell’era volgare.

I protagonisti del libro sono lo stesso Shim’on, suo figlio El’azar e un gruppo di amici e di scolari, che dissertano sul problema dell’uomo e di Dio, partendo dall’interpretazione mistica dei versetti della Bibbia.

Il discorso che ne scaturisce non è organico, ma si sviluppa in maniera asistematica, risolvendosi in una molteplicità di omelie dai temi più disparati e spesso prolisse. Le intuizioni emergono quindi con diversa intensità, accavallandosi, ripetendosi e congiungendosi in mille combinazioni differenti. Il quadro che si apre ai nostri occhi è profondamente suggestivo. L’aramaico, la lingua in cui il testo è scritto a richiamare la parlata delle genti di Palestina dei primi secoli della nostra era, ne accresce il vigore e la solennità.

Quanto alla data di composizione dello Zohar, i cabbalisti ne sostengono calorosamente l’antichità, riportandolo all’epoca di Rabbi Shim’on bar Yochai. Molti studiosi invece, pur ammettendo che nel testo siano state incorporate tradizioni assai antiche, risalenti anche a quel periodo, sono portati a ritenere che gli elementi principali dello Zohar vadano collocati in epoca più recente. Altri critici, e in primo luogo lo Scholem e la sua scuola, che hanno fornito un eccezionale contributo allo studio del misticismo ebraico, negano risolutamente che in esso si possano comunque ravvisare delle tradizioni tanto antiche da risalire al periodo di Shim’on bar Yochai, e ne stabiliscono la data di composizione, almeno per quanto concerne il nucleo principale del libro, alla fine del XIII secolo. L’autore sarebbe da identificarsi con Moshè de Leon di Valladolid, esponente della Cabbalà spagnola, nel cui ambito si ritrovano molte delle teorie mistiche di cui lo Zohar si fa autorevole portavoce ed entusiasta sostenitore.

da pp. 27-29

LE SFERE CELESTI

Sephiroth

I – 246b

« Simile ad una cerva veloce è Naftalì, che pronuncia discorsi eloquenti »; così è scritto: « Il tuo parlare è grazioso».

In effetti è la voce che guida il discorso e non c’è voce senza discorso. Quella voce è emessa da un luogo profondo in alto ed è inviata dinanzi al discorso, per guidarlo, perché non c’è voce senza discorso, né discorso senza voce, come un’espressione generale e una particolare che, servendosi reciprocamente di spiegazione, vengono a determinare la regola. Questa voce esce da sud e va a guidare l’occidente, prendendo così possesso di due settori, secondo quanto è scritto: « Per Naftalì disse: Naftalì gode il favore ed è pieno della benedizione di Dio, possiede i territori a occidente ed a mezzogiorno ». In alto è maschile, in basso è femminile. Infatti è scritto: « Naftalì è simile ad una cerva veloce » al femminile, quindi è femminile in basso.

Ma più avanti nello stesso verso è scritto: « egli che pronuncia discorsi eloquenti »: « egli che pronuncia» è scritto al maschile, non « essa che pronuncia », quindi è maschile in alto. Vieni e considera. Il pensiero abissale (machshabà) è il principio di tutto. Per il fatto che è pensiero, si trova all’interno, segreto e non palese. Spingendosi oltre il pensiero giunge laddove si trova il respiro (ruach); e quando giunge in quel luogo prende il nome di parola interna (binà) e pur non essendo segreta come il pensiero precedente, è in qualche misura segreta e non udibile.

Il respiro (ruach) si diffonde e produce la voce percepibile formata di fuoco, acqua e respiro e sono anche nord, sud e oriente. La voce comprende tutte le altre facoltà. La voce guida il discorso, che esprime la parola nella sua articolazione; infatti la voce è emessa dal luogo del respiro (ruach) e viene a guidare la parola, sicché le parole siano pronunciate giustamente. Se tu poi porgerai mente alle sephiroth, vedrai che il pensiero abissale, la parola interna, la voce percepibile ed il discorso sono la stessa cosa. Tutto è uno. Il pensiero è il principio di tutto e non c’è separazione, ma tutto è uno e il legame è uno. Questo è il pensiero reale legato al « nulla» (ayn), che non ha separazione in eterno, come è scritto: « Il Signore è uno, ed il suo nome è uno ».

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I – 74°

Disse Rabbi Shim’on bar Yochai: Come sono care le parole della Torà! Beato chi si occupa di esse e sa procedere per la via della verità ! « E la casa nel suo essere costruita . . . ». Quando fu intenzione del Santo, che benedetto egli sia, di conferire gloria alla propria gloria,  nel suo pensiero sorse la volontà di diffondersi. Il pensiero quindi si diffuse dal luogo dove era pensiero abissale, segreto, non rivelato, fino a stabilirsi nella sede della gola, il luogo che fluisce sempre nel segreto dello spirito vivente.

Allora, quando il pensiero si diffonde e si stabilisce in questo luogo, prende il nome di Dio vivente, così come è scritto: « egli è il Dio vivente ».Volendo ancora diffondersi e manifestarsi, da lui scaturiscono il fuoco, il respiro e l’acqua e ne esce inoltre Giacobbe, uomo integro, cioè la voce che è emessa ed è percepibile. Di qui, il pensiero, che era nascosto, segreto, si fa chiaramente percepibile. Si diffonde ulteriormente il pensiero per manifestarsi di più e così la voce percepibile batte alle labbra. Allora ne fluisce il discorso che tutto perfeziona e tutto rende manifesto Ciò vuoi dire che tutte le sephiroth sono il pensiero segreto, che ne è all’interno, e tutto è uno. Dato che quella diffusione del pensiero è giunta a realizzarsi come discorso articolato, grazie alla voce percepibile, per questo è scritto: «la casa nel suo essere costruita ». Non è infatti scritto: « quando fu costruita », ma « nel suo essere costruita».

Di volta in volta.

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Zohar Chadash

43b

Tiqqunè Zohar

L’anima (neshamà) si trova nella sephirà dell’intelligenza (binà) e su di essa aleggia il pensiero che non ha fine. La sfera dell’intelligenza non ha immagine, né figura, né somiglianza, perché costituisce il mondo futuro. E questo non ha né corpo, né immagine, come hanno insegnato i dottori della Mishnà: il mondo futuro non ha né corpo, né corporeità. L’anima si veste nel trono, che è l’uomo, e nei suoi quattro angoli. A proposito della sfera dell’intelligenza è detto: « Dato che non avete visto alcuna immagine », e ancora: «

Mai occhio vide un Dio all’infuori di te ». Grazie al pensiero divino i profeti si figuravano tutte le immagini e le raffigurazioni al di sotto di quella, mentre al di sopra di quella non raggiungevano alcuna immagine. Se già in esse non potevano afferrare alcuna raffigurazione e neppure una pallida sfumatura, tanto più al di sopra di quella.

Il Libro dello Splendore, a cura di Elio e Ariel Toaff (SE, 2008)

antique – foto di Ri Butov su pixabay

Zōhar, libro sacro dei cabalisti, più esattamente Sēfer ha-zōhar («Libro dello splendore»). È una delle fonti della cabala accanto alla Bibbia e al Talmūd. Nella sua parte principale è un midrāsh sul Pentateuco, attribuito a Shim‛ōn ben Yōḥay (2° sec. d.C.); ma accanto a questo contiene altri scritti: Il midrāsh segretoI segreti della TōrāhLa grande assembleaLa piccola assembleaIl pastor fidoGli ordinamenti. La parte principale è ritenuta una composizione fatta tra gli anni 1260 e 1280 da un solo autore, forse Mosè de León.

Da Enciclopedia Treccani online

I contributo completo Qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/zohar_(Enciclopedia-Italiana)/

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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