ALTRA SAGGISTICA

Harald Weinrich – La lingua bugiarda

«Omnis homo mendax» (Salmo 115)

In questo libro Weinrich affronta un tema molto vasto. La lingua grazie alla quale il pensiero [e la poesia] trovano la loro forma più autentica, è la stessa con la quale si può mentire. L’ampia gamma di strumenti retorici e linguistici elaborati nel corso della storia sta lì a dimostrarlo – la lingua convive sempre con la “seduzione”.

La lingua bugiarda. Possono le parole nascondere i pensieri? (il Mulino 2007)

dalla presentazione

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Possono le parole nascondere i pensieri? La risposta, un’appassionata arringa contro una diffusa tradizione pessimistica, difende la «verità della lingua» e l’innocenza delle singole parole. Una fitta trama di rapporti lega il tema alla filosofia e alla teologia classiche, alla retorica, alla critica letteraria. Con raffinatezza e ironia Weinrich si muove fra Shakespeare e Goldoni, Platone e Wittgenstein, cita i discorsi di Hitler e Eichmann per approdare alla conclusione che no, le parole non mentono: i segni linguistici sono fatti sia per il bene sia per il male, e dunque l’inganno non è nella lingua, ma sempre nell’uso che se ne fa.

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Estratti dalle pp. 9-14

«Magna quaestio est de mendacio…»

La bugia è nel mondo. È dentro di noi, è intorno a noi. Non possiamo far finta di non vederla. «Omnis homo mendax», recita un verso dei Salmi (116, 11). Possiamo tradurre: l’uomo è un essere capace di mentire. Si tratta di una definizione non diversa da quelle secondo cui l’uomo è un essere in grado di pensare, parlare o ridere. Sarà pure una definizione misantropica, ma è inconfutabile. Il misantropo di Molière la sfrutta a buon diritto per odiare l’intero genere umano.

La linguistica non può eliminare la bugia dal mondo e non può evitare che «quei bugiardi vessilli» (Goethe) vengano così spesso spiegati. È anche vero che gli uomini – il più delle volte – attraverso la lingua mentono; non dicono la verità e per parlare usano la lingua biforcuta. Ma c’è da chiedersi se la lingua li aiuti a mentire. Se lo fa, la linguistica non potrà sottrarsi al «grande problema del mentire» (Agostino). Se invece la lingua non aiuta a mentire o se addirittura vi oppone resistenza, la linguistica può comunque descrivere cosa le accade, quando la verità viene volta a bugia. In ogni caso la bugia è affare della linguistica.

[…] Lo scrittore Hermann Kesten riprende l’idea e, come un ventaglio, la apre: Di intere categorie professionali, la gente dà per scontato che inducano i loro rappresentanti a mentire, per esempio i teologi, i politici, le prostitute, i diplomatici, i poeti, i giornalisti, gli avvocati, gli artisti, gli attori, i falsari, gli agenti di borsa, i produttori di generi alimentari, i giudici, i medici, i gigolò, i generali, i cuochi, i commercianti di vino. C’è sempre stato chi ha ritenuto la lingua corresponsabile, quando gli uomini la usano impropriamente volgendola all’inganno. Nell’Enrico V di Shakespeare è scritto, in francese: «O bon Dieu! Les langues des hommes sont pleines de tromperies» (Dio mio! Le lingue degli uomini sono piene di inganni!).

[…] Quando, anni fa, gli studiosi di diverse discipline si ritrovarono per mettere a punto una ricerca sul fenomeno della bugia, anche il linguista Friedrich Kainz venne invitato a contribuire con un’indagine sulle manifestazioni della bugia nella vita di una lingua. Riallacciandosi ad Agostino, Kainz stabilisce innanzitutto che tutte le bugie sono espressioni linguistiche e che, di conseguenza, fanno parte del vasto ambito della lingua. Esamina poi la lingua per ritrovarvi quegli elementi che hanno a che fare con la bugia, e ne trova così tanti che il lettore non può che restare impressionato.

Con lo stesso diritto con cui della lingua si dice che pensa e fa poesia per noi, si può anche dire, secondo Kainz che mente per noi. Egli conia a questo punto l’espressione «seduzione linguistica». Secondo lui, il nostro pensiero si muove su binari linguistici e le bugie della lingua inducono di conseguenza anche il nostro pensiero a mentire. A voler essere esatti, continua Kainz, sono bugie linguistiche molte delle figure retoriche come gli eufemismi, le iperboli, le ellissi, le anfibologie, le forme e le formule di cortesia, l’enfasi, l’ironia, le parole tabù, gli antropomorfismi, ecc. Secondo lui, alla verità, nella lingua, non resta che uno spazio angusto. Si può supporre che si tratti della frase dichiarativa nuda e cruda, quella tanto amata dalla logica.

[…] Per Agostino le allegorie e le tipologie bibliche non sono bugie. Se le si volesse definire tali, si sarebbe costretti a chiamare bugie anche tutte le altre

forme di discorso «improprio», tutti i tropi, le immagini e le metafore. Ma questo evidentemente è un’assurdità: «quod absit omnino». E dunque, continua Agostino, non basta affermare che la bugia consiste nel dire qualcosa di diverso da ciò che si sa o si pensa. Una definizione del genere non consente di distinguere la menzogna grave e malvagia dalle forme giocose (ioci) del parlare colto; queste infatti possono essere intese tutte come allegorie e cioè un «parlar d’altro».

La coscienza morale però ci suggerisce diversamente. La menzogna si realizza solo nel momento in cui il «parlar d’altro» è accompagnato da una consapevole intenzione di ingannare. Ecco allora la famosa definizione che Agostino dà della menzogna (de mend. 4, 4): «mendacium est enuntiatio cum voluntate falsum enuntiandi» (è menzogna parlare con l’intenzione di dire il falso).

[…] Si tratta di capire, se la (cattiva) intenzione di ingannare, che – da Agostino in poi -fa parte dell’essenza della menzogna, può essere compensata da una qualche buona intenzione, ricollegabile forse alla bugia. Che decidano i filosofi della morale, in questo i linguisti non hanno voce in capitolo. La questione è però se i linguisti, vista la definizione di Agostino, abbiano ancora qualcosa da dire sulla magna quaestio della bugia.

La bugia sembra volersi sottrarre alle competenze del linguista. Infatti sono le circostanze a decidere se una dichiarazione è più o meno falsa. E ci sia o meno intenzione di ingannare, viene deciso nell’animo ed è accessibile, se mai lo può essere, solo all’indagine psicologica. Come si vede, nella definizione della bugia fornita da Agostino, i linguisti non hanno letto esattamente un invito ad occuparsi per parte loro di questo fenomeno. Se non per qualche accenno di alcuni outsider, la bugia non trova quindi posto nelle grammatiche o in altri libri di linguistica.

Le riflessioni contenute in questo libretto sono dunque un tentativo di scoprire la bugia come tema linguistico e, per quanto condannabile essa sia, di coglierne perlomeno un lato positivo: la possibilità di ricavarne informazioni sulla lingua che altri aspetti non forniscono. Può forse anche chiarirci se le parole sono in grado di nascondere i pensieri e in che modo ciò avviene.

Harald Weinrich, La lingua bugiarda. Possono le parole nascondere i pensieri? (il Mulino 2007)

Harald Weinrich – Filologo romanzo e teorico della linguistica tedesco (Wismar, Meclemburgo, 1927 – Münster 2022); prof. nelle univ. di Kiel (1959), Colonia (1965), Bielefeld (1969), Monaco di Baviera (dal 1978); prof. infine al Collège de France, dal 1992, poi emerito. Socio linceo dal 2003. Dopo i primi lavori sulle lingue romanze, ha rivolto la sua attenzione ai problemi della linguistica testuale, alle letterature comparate e alla storia delle idee.

La scheda biobibliografica completa Qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/harald-weinrich/

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

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