ALTRA SAGGISTICA

Hans Belting – I canoni dello sguardo. L’Oriente e l’Occidente

L’esergo di questo libro di Belting, composto da cinque citazioni illuminanti, rimarca le differenze filosofiche tra “Oriente” e “Occidente”. Salta, infatti, subito agli occhi come in Alhazen [filosofo arabo dell’XI secolo] vi sia un punto di vista totalmente altro – ribaltato rispetto a quello degli altri quattro autori occidentali [Bryson, Rotman, Pascal, Niezsche]. Il pensiero di questi ultimi, infatti, è già improntato dal concetto di prospettiva sviluppatosi nel rinascimento. E comunque va detto che, anche grazie a una rilettura [tutta occidentale] della teoria araba dell’immagine, verrà approfondita, anche per fini funzionali, la teoria prospettica occidentale. Che poi questo è uno degli scopi del lavoro di Hans Belting, ossia quello di evidenziare proprio il progresso di tale visione da oriente a occidente.

 

Accenniamo qui, di sfuggita, però anche a un altro aspetto interessante, [… di cui però Belting non parla…], un’ulteriore possibilità di lettura delle tre dimensioni dello spazio, un’altra visione proveniente da un Oriente filosofico e spirituale caratterizzato da una percezione altra – [quasi] mai considerata in occidente. Una visione più sottile – come quella, per intenderci, propria anche del cristianesimo ortodosso, espressa in sommo grado nella teologia e nella spiritualità delle icone. Ricordiamo, a questo proposito, Pavel Florensckij e la sua Prospettiva rovesciata. E per l’occidente [come eccezione] ricordiamo Massimo Scaligero e il suo pensiero spirituale in ordine al vero spazio [che si attua nella prima, e in misura minore nella seconda dimensione]. Mentre, per converso, contrapposto a quello dello spirito, vi sarebbe lo spazio della materia, con il suo potenziamento [proprio nella/della terza dimensione]

Dall’esergo De I canoni dello sguardo. Storia della cultura visiva tra Oriente e Occidente (Bollati Boringhieri 2010), p. 9

.

“Sulle cose visibili noi vediamo con i nostri occhi soltanto

luce e colore. Tutte le altre proprietà le riconosciamo

per mera deduzione. […] Nel mondo del divenire e del

trascorrere, tutte le cose visibili sono soggette a mutamento

ed esso influenza anche la nostra percezione. Per tale

motivo ogni cosa, quando la vediamo per la seconda volta,

ci appare diversa.”

Alhazen, Libro sulla teoria della visione,

da Sabra 1989,1, pp. 82 e 222

.

“Il codice prospettico e ordinato in base alla presenza fisica

dell’osservatore. In tal senso, il punto di fuga è l’ancora

di un sistema che impersona e visualizza l’osservatore.

Il raggio visivo centrale riconduce lo sguardo a se stesso.”

Bryson 1983, p. 106

.

“Lo zero sta ai segni di numero come il punto di fuga sta alle

immagini della prospettiva. […] Il punto di fuga funziona

come uno zero visivo. […] Lo zero si attaglia perfettamente

all’osservatore, poiché soltanto la dove non vi e nulla,

ma potrebbe esservi qualcosa, egli e se stesso.”

Rotman 1987, pp. 23, 47

.

“[…] i quadri visti da troppo lontano o troppo vicino

[non hanno il giusto effetto]. Non esiste che un punto

indivisibile che sia il posto giusto. Gli altri sono troppo

vicini, troppo lontani, troppo alti o troppo bassi.

La prospettiva lo determina nell’arte della pittura;

ma nella verità e nella morale chi lo fisserà?”

Pascal 1670, pp. 27-29

.

“È una curiosità disperata voler sapere che cosa potrebbe

esserci ancora per altre specie d’intelletto e di prospettive […]

oggi per lo meno siamo lontani dalla ridicola presunzione

di decretare dal nostro angolo che solo a partire da questo

angolo si possono avere prospettive.”

Nietzsche 18872, n. 374, pp. 253-54

.

dalla presentazione [sinossi] del libro

“Esistono vicende, nella storia umana, che hanno una dirompenza più inappariscente dei grandi sconvolgimenti, ma un rilievo e una durata ben maggiori. Per comprenderne le vere dimensioni sono d’ostacolo gli specialismi non dialoganti e gli arroccamenti sugli spalti identitari. Ce lo insegna in modo esemplare l’invenzione della prospettiva, argomento tra i più studiati di una storia dell’arte che nel Rinascimento fiorentino di Ghiberti, Brunelleschi e Alberti celebra insieme gli atti costitutivi di una rivoluzionaria tecnica culturale e i propri solitari fasti disciplinari. Con mossa felicissima, Hans Belting spariglia le carte e mette in prospettiva la prospettiva stessa. Grazie alla sua indagine si chiariscono fino in fondo le alleanze tra pratiche pittoriche, dottrine artistiche, conoscenze scientifiche, e soprattutto si svela la fecondità di un paradosso: all’apice della sua fioritura, l’Occidente definì il canone percettivo, attraverso il quale ci appropriamo del mondo sotto forma di immagine, attingendo a una teoria della visione concepita quattro secoli prima da un matematico arabo nativo di Bassora, Alhazen, in un contesto religioso islamico che bandiva le immagini perché giudicate contraffazioni blasfeme della creazione di Dio. Lo scarto temporale e i travisamenti dei traduttori propiziarono inopinatamente, sulla questione nevralgica delle consuetudini visive, il cortocircuito tra due civiltà che avrebbero poi acuito la reciproca lontananza. Civiltà dello sguardo, quella occidentale, fondata sul primato dell’occhio e sulla sovranità del soggetto osservatore. Civiltà che privilegia la luce, quella araba, fedele al grafismo non iconico dell’ornamento. Belting riesce a intrecciare le loro differenze, così da renderle vivide per contrasto, come nell’emblema della finestra, che nella nostra tradizione è soglia da cui lasciare spaziare lo sguardo all’esterno, mentre nella cultura islamica è grata rivolta all’interno, dove il chiarore del giorno filtra in geometriche dissolvenze decorative. Che cosa implichi vedere, quanto sia necessario che i dissimili si scambino gli sguardi e vengano guardati nelle loro talora irriducibili peculiarità, poteva mostrarcelo solo un ingegnoso frontaliere degli studi, l’ideatore di un’antropologia delle immagini.”

Hans Belting, I canoni dello sguardo. Storia della cultura visiva tra Oriente e Occidente (Bollati Boringhieri 2010), p. 9. Traduzione di Maria Gregorio

window – foto di Gass Flor su pixabay

Estratto biografia da Enciclopedia Treccani online.

Hans Belting, storico dell’arte tedesco (Andernach 1935 – Berlino 2023). Formatosi ad Amburgo, ha insegnato all’Università di Heidelberg (1969), alla Harvard University (1970, 1973), all’Università di Monaco (dal 1980); professore emerito, già prof. dal 1992 di storia dell’arte e teoria dei media presso la Staatliche Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe. Si è dedicato inizialmente a ricerche sulla pittura medievale (Studien zur beneventanischen Malerei, 1968; Die Oberkirche von S.Francesco in Assisi. Ihre Dekoration als Aufgabe und die Genese einer neuen Wandmalerei, 1977); ha pubblicato edizioni critiche e in facsimile sul libro miniato, studiandone l’evoluzione e la funzione in relazione alla committenza. Partendo dalla tradizione degli studi iconologici si è poi orientato verso una nuova linea di ricerca, incentrata sulla funzione e sulla recezione dell’opera d’arte nel suo contesto sociale e culturale.

La biografia completa Qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/hans-belting/

lavora in biblioteca. Terminati gli studi in Giurisprudenza e in Teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali d’oriente e d’occidente, ampliando, allo stesso tempo, la sua ricerca poetica. Nel corso degli ultimi anni suoi contributi, sulla poesia e la parola, sono stati pubblicati da Fara Editore e dalle Edizioni CFR. É stato condirettore della collana di scrittura, musica e immagine “La pupilla di Baudelaire” della casa editrice Le loup des steppes. In poesia ha pubblicato Legni (Ladolfi Editore, 2014 - Premio “Oreste Pelagatti” 2015), il libro d'arte Borgo San Giovanni (Fiori di Torchio, Seregn de la memoria, 2018). Al di qua di noi (Arcipelago itaca Edizioni, 2023) è la sua ultima raccolta.

Lascia una risposta